Il corpo nella rete
blog saltuario e aperto a contributi
diretto da Freddy Torta


Frammenti
 
come sta il corpo nella rete?
vive nuove opzioni vitali
o-e ne è imprigionato?
quanto e quando?
il corpo siamo noi...

 

Frammenti

 

Mappa collegamenti

Questi frammenti fatti di poche parole e associati ad un'immagine, mirano ad attrarre ognuno verso le proprie aree d'interesse, sulla base delle proprie coordinate emozionali e cognitive.

La Mappa collegamenti di ogni frammento, come anche quella alla fine di altri testi, intende consentire un approfondimento graduale, attraverso i vari passaggi suggeriti e a quelli che il lettore stesso potrà intuire.

cecinestpasunepipe
Questa non è una pipa
e non è banale
meditare
ancora oggi e una volta di più
sull'incantesimo virtuale...
 

 

Mappa collegamenti

 

 

 se ci mettiamo in vetrina

proprio noi

che facciamo da specchio...

penso... 

potrebbe diventare un controsenso

 

 

 

L'apparenza inganna
e nella rete si può apparire
giocando la presenza...

 

Mappa collegamenti

Taglia e cuci…un tempo ci voleva tempo…
Oggi è un momento, un attimo digitale.
Nella rete c’è tutto…acchiappalo ed è tuo…
Può perdersi il pensiero...quello che sta più in fondo.
I “grandi” pensatori si copiano e s’incollano,
i riflettori su di loro…
ci rimane qualche tweet indotto,
le immagini allo specchio di Facebook,
il dinamismo whatsapp…
impulsi sacrosanti…
piccoli ponti che ci tengono insieme.
Ma tu che copi e incolli cosa  pensi?

 

Mappa collegamenti


con le immagini
si immagina
la realtà
...
 

 

Mappa collegamenti

Immagine da un dipinto di Riccardo Orlando

mercoledì 20 novembre alle ore 21 alla Casa della Cultura di MIlano:

Enrico Finzi e Freddy Torta dialogheranno sul tema RIAPPROPRIARSI DI SE'

un confronto tra l'approccio dello Human Tuning e dell'Analisi Bioenergetica

aperto al dialogo con i presenti

 

 

    La vita ridotta

Viviamo ridotti... tendenzialmente unidirezionati.
La cultura dominante, attraverso la famiglia, la scuola

e l’organizzazione sociale del lavoro e del tempo “libero“,

ci indirizza verso una vita che tende a trascurare

proprietà fondamentali dell’essere umano.
Quali?


   Una mappa generale delle proprietà a rischio

- Il piacere di sentirsi vivi.

- Il riconoscimento della propria unicità personale.

- L’espressione autentica di sé e l'autoregolazione. 

 - L’amicizia con se stessi e con il proprio mondo emozionale.

- La valorizzazione delle cose elementari.

- La gioia della connessione con la rete dei propri affetti.

  

Ri-costruire la propria mappa personale
Ri-appropriarsi significa raccogliere proprietà che non utilizziamo.
Innanzitutto bisogna ri-conoscerle.
Come ri-costruire una mappa? Dove andare a ri-cercare?
Ognuno può trovare i suoi input particolari dalla propria vita.
Esistono comunque delle direzioni e degli strumenti comuni.

l'articolo intero nella sezione ARTICOLI:

https://www.freddytorta.com/ilcorponellarete/articoli/327-riappropriarsi-di-se-riflessioni-per-una-pratica-freddy-torta-15-11-19

La pentola viscerale che noi siamo, bolle dai primi giorni della vita.
Ma quanto bolle nella pandemia?
Dalla mia postazione professionale e personale, vedo che il fuoco si è alzato oltremisura.

Persino il gallo del mio pollaio ha iniziato da qualche mese ad attaccarmi dopo anni di tranquilla routine...
Nella generale ebollizione rischiamo un gran bruciare irrazionale, che può incrinare e magari annientare l’equilibrio tra sfera viscerale e sfera razionale.
Un equilibrio costruito gradualmente sul versante interiore e su quello sociale.
Esplosioni e implosioni, di diversa entità e di forme varie, mi sembrano evidenti.
Ma cosa bolle in pentola?
Insieme agli elementi materiali e oggettivi (economici e logistici) si agita tutto
quello che abbiamo nel bagaglio viscerale
fin dall’infanzia.

Chi ha intrapreso un viaggio verso la conoscenza di sé, per individuare e aprire i propri  schemi inconsci, viscerali-cognitivi-comportamentali, potrà fare tesoro “dell’emergenza” nell’emergenza.
Potrà guardare cioè con attenzione autoanalitica e propriocettiva gli elementi emergenti.
Ognuno ha la sua mappa e ognuno ha la sua “emergenza”.
Di grande guida come sempre sarà la bussola dei sogni, che parlano di notte di quelle cose che dormono di giorno.
Nel proseguire il viaggio fuori dal pandemonio di questa pandemia, dovremo usare il timone con molta attenzione, per non perdere inconsapevolmente la direzione.
Dovremo certamente imparare a frenare con più accortezza e accelerare con nuova intelligenza emozionale.

 

 

È opportuno prepararsi all’onda del ritorno.

Quando gradualmente usciremo fuori dal pandemonio della pandemia poco o niente sarà come prima.

Il propellente energetico, liberato dall’angoscia (manifesta o nascosta) che ha occupato uno spazio importante delle nostre giornate e delle nostre notti, potrà catapultare molti ad aspirazioni illusorie di ritorno a un passato bruscamente interrotto.

Una corsa di massa verso delusioni e conflitti.

È opportuno evitarlo quel che si può, attivando un atteggiamento accorto che faccia leva sulla nostra capacità di tenere i piedi per terra, gli occhi aperti e il cuore amico e padrone dei nostri sogni.

Altri si sentiranno probabilmente smarriti incontrando una propria inclinazione a frenare invece che ad accelerare.

L’abitudine obbligata al ritiro ha attivato l’accomodamento in perimetri protettivi, procrastinando attività psicologicamente onerose.

La mascherina è stata per molti una protezione non solo sanitaria.

Il movimento del corpo in molti casi farà fatica a riprendere spazio dopo la parziale inedia energetica e le difese attrezzate a mentalizzare l’energia vitale non cederanno in tempi brevi.

L’apertura non sarà quindi immediatamente benvenuta: bisognerà abbracciare la gradualità.

La realtà che si presenterà sarà un caleidoscopio di nuove e vecchie immagini: discernere e intraprendere le nuove occasioni sarà la nostra opportunità.

Il pericolo come sempre sarà quello di farci indirizzare dai nostri schemi nascosti e preconfezionati, fatti d’immagini e ideologie transitate definitivamente sugli scenari del passato.

 L’organizzazione del lavoro, con il nuovo ruolo dell’attività da remoto, è già esperienza presente per molti.

Dai primi di marzo, in corrispondenza con il lockdown, ho iniziato un lavoro regolare on line con una ventina di miei clienti che hanno scelto di continuare la terapia in questa modalità, con colloqui di consulenza aziendale e con alcune persone come volontariato nell’ambito dell’iniziativa #Noicisiamo del Progetto di Sostegno Psicologico – SIAB - FIAP - Ministero della Salute.

Non è stata per me un’esperienza del tutto nuova in quanto avevo già da anni fatto colloqui da remoto nei casi in cui non era possibile un lavoro in presenza.

Le esperienze delle sedute on line mi hanno portato ad alcune riflessioni che intendo qui esporre.

IL SETTING ON LINE

-Quello del setting, cioè della postazione è stato un problema rilevante, fondamentalmente un problema di privacy rispetto ai conviventi e ai vicini: le percezioni passano in effetti attraverso questo filtro emozionale.

Si tratta di un filtro attraverso il quale è costretto il colloquio, che può indurre stati d’animo congiunturali e atteggiamenti che possono deviare il lavoro.

Ad esempio la presenza in una stanza adiacente di un consorte con cui si è avuta una discussione aggressiva può indurre comportamenti di compensazione in direzioni diverse, a seconda del ruolo avuto nello scontro precedente e del carattere personale, e ciò non solo per dimostrare qualcosa all’altro che potrebbe sentire, ma in primo luogo a se stessi.

Insomma quello spazio protetto che è il setting dello studio è perduto.

Quindi a mio parere è fondamentale che siano sempre esplicitate ed eventualmente “discusse” le condizioni del setting.

Una soluzione alternativa che ho proposto, quando necessaria, e da alcuni accettata, è stata quella di usare l’auto come spazio più protetto: essendo le città in quel momento abbastanza deserte, l’esposizione alla vista altrui non è stata sentita come un problema.

-Dal punto di vista della “liceità” ho sempre fornito un attestato di appuntamento, non strettamente necessario, ma comunque tranquillizzante.

      “Attesto che  X  avrà con me  un appuntamento Il  giorno  x alle ore  x   per un colloquio di psicoterapia che si svolgerà on line e in auto per motivi di privacy”.

Alcuni hanno scelto di fare colloqui all’aperto con whatsapp videochat o telefonata audio: anche a questi ho fornito un attestato “per un colloquio di psicoterapia di 60 minuti che si svolgerà on line e per motivi di privacy in spazi all’aperto.”

GLI STRUMENTI DI COMUNICAZIONE DA REMOTO

 Una minoranza (il 25 per cento) dei miei clienti ha preferito usare come mezzo per comunicare da remoto il colloquio telefonico, ritenendolo “più intimo” o “più facile da gestire” (ad esempio  in caso di colloqui camminando all’aperto).

Un altro 25 per cento ha optato per Skype o Zoom, mentre il 50 per cento ha preferito usare la videochat di Whatsapp con lo smartphone, ritenuto strumento più agile.

Ho riscontrato una significativa differenza tra l’uso dello smartphone e quello del tablet o del pc:

 -lo smartphone può sembrare lo strumento più agile in quanto consente il movimento, ad esempio il camminare, ma comporta una postura dedicata alla “selfie-inquadratura” e con il piccolo monitor il corpo ( la parte alta del corpo quando l’interlocutore é seduto) appare in formato così ridotto che non è agevole coglierne i segnali.

-Il monitor più grande consente una più facile lettura dei movimenti corporei del volto e delle spalle (chiedo ai miei clienti di posizionarsi in modo da ottenere un’inquadratura che comprenda le spalle).

Ho notato che in questo modo non vedo direttamente i movimenti della parte bassa del corpo, ma il primo piano del volto, delle braccia e delle spalle consegna un insieme di messaggi molto evidenti e significativi.

La paura ormai palpita nei gesti quotidiani, nei pensieri laterali, nei sogni notturni.

Si può incontrarla spesso mascherata, qualche volta spogliata del pudore, raramente accettata e rispettata.

La paura ci accompagna fin dall’inizio della vita: ci trasmette segnali di pericolo in modo che possiamo difenderci.

Senza la paura quante volte saremmo andati incontro alla sventura?

Una compagna di viaggio che porta in sé le impronte del carattere dei nostri genitori e delle loro paure, trasmesse a noi già quando eravamo nel ventre di nostra madre e poi ogni giorno nel tragitto dall’infanzia alla maturità.

È maturata così la mappa personale delle nostre paure. https://www.freddytorta.com/images/Libri/La_ricerca_del_proprio_amore.pdf pagg. 21, 27-31, 42, 69-71, 127

 

Nella nostra cultura sembra replicarsi un duplice messaggio verso i bambini in età prescolare.

Molti genitori lanciano continuamente e non coscientemente segnali di paura e avvertimenti a non rischiare, a non provare cose nuove.

Diversamente, sul versante educativo ufficiale, l’addestramento verte soprattutto al “non aver paura”, svalutando i timori dei bambini già nella scuola della prima infanzia, piuttosto che accompagnarli nell’esperienza del “fare con paura”, accettandola e attraversandola.

Attraversare la paura senza paralizzarsi è un’esperienza formativa fondamentale, che dovrebbe essere nel programma educativo della scuola e nei messaggi culturali di una società evoluta.

Ne siamo ben lontani...

Siamo per lo più strutturati in maniera distorta, quanto alla percezione dei segni viscerali di paura.

Troppo spesso quindi sottovalutiamo i pericoli e le protezioni possibili, anche quando prescritte dalle norme vigenti, magari sventolando la bandiera di qualche libertà.

Cinture di sicurezza, caschi, mascherine sono esempi correnti, per non parlare dell’abuso di droghe, alcolici, tabacco, cibi spazzatura, rifiuti tossici...

 

Nell’attuale pandemia prevale un Coro Aulico che invita a non aver paura perché “andrà tutto bene”.

Come se la paura puzzasse di tradimento di se stessi e della compagine sociale.

Magari ci fosse stata la paura di gettare risorse in imprese senza fondamenta, beni in investimenti spregiudicati, vite in guerre evitabili!...

Si assiste frattanto al triste spettacolo di reazioni popolari opposte e complementari.

Da una parte c’è chi nega la paura e il pericolo e spesso ostenta esibizioni spavalde e autolesioniste.

Dall’altra c’è chi vive nell’ansia strisciante e nel panico più o meno conclamato, che deprimono l’energia vitale schiacciandola nella passività.

Questi stati viscerali, dissimulati, vengono spesso convogliati in atteggiamenti e comportamenti di rabbia, più o meno manifesti e manifestati.  

Resettare l’impianto segnaletico della paura, per un corretto funzionamento predittivo dei pericoli, che sia d’orientamento a comportamenti correlati congrui, vorrebbe dire acquisire il più efficace dispositivo di sicurezza in tempi come questi e comunque una bussola efficace e permanente per i percorsi sempre più complessi a cui ci chiama il mondo presente.

-Purtroppo anche in questa drammatica emergenza non si può non osservare, almeno in Italia, uno scollamento tra Autorità politico-culturale e giovani.
-La realtà ci ha detto fin dall’inizio che i giovani sono meno esposti ai rischi più gravi: l’età media dei deceduti si colloca attorno agli 80 anni e risultano molto rari i giovani in terapia intensiva.

https://www.corriere.it/cronache/20_marzo_11/coronavirus-l-istituto-sanita-maggioranza-contagiati-over-60-ma-ci-sono-43-casi-bambini-f6814aac-6328-11ea-a693-c7191bf8b498_amp.html

 https://www.marionegri.it/magazine/infezione-coronavirus-e-farmaci

 -Ciononostante, e necessariamente, i giovani con meno di trent’anni si ritrovano dentro alla rete del contagio e delle regole per evitarlo.

Non è una posizione semplice.

 -Non è possibile incontrare i propri amici, le coppie non sposate non

possono entrare in contatto se non virtuale, le attività sportive e motorie di gruppo sono congelate, il movimento fisico  è imprigionato...

Ancora una volta gli adulti sembrano privilegiati, anche se anch’essi fortemente limitati: le coppie che convivono possono stare in contatto e vivere pienamente affettività e sessualità... certo anche per loro non è facile, anzi in certi casi la costrizione in spazi limitati, spesso con figli piccoli, può essere “claustrofobica”.

 -È un grande sacrificio che si chiede a tutti, ma ancor più ai giovani, con il loro grande bisogno di libertà, anche “narcisisticamente” trasgressiva, il flusso prorompente di energia vitale che li pervade e alimenta una sana fame di movimento fisico, di relazioni, di sessualità.

 -Bisognerebbe avere cura di come si chiedono questi sacrifici.

Invece troppo spesso i giovani, in particolare gli adolescenti, si ritrovano dentro a un meccanismo coercitivo che usa come mezzo persuasivo l’esortazione moralistica e la manipolazione.

 -Nessuno sembra prendersi cura di parlare apertamente e rispettosamente con quella parte di loro che non ha già una robusta inclinazione razionale e solidale.

 Purtroppo nei loro confronti la tradizione sembra piuttosto sfavorevole quanto a comunicazione: a cominciare dalla famiglia e dalla scuola. 

 -Si fa leva su appelli paternalistici e prescrittivi che sensibilizzano chi è già sensibile e dimenticano gli altri, come se questi non esistessero o non avessero il diritto di esistere.  

-Per raggiungere questi “abnormi”, questa sorta di “intoccabili“, si utilizza l’arma della manipolazione, per incutere in loro quella paura che li induca in casa: una sorta d’intimidazione e di segregazione, con punte di denigrazione quale quella di definire “corsetta” o usare metafore svalutative per il footing o l’uso della bicicletta, “attività motorie” non chiaramente regolamentate dai vari provvedimenti ufficiali.

La manipolazione nella comunicazione, con malcelato intento intimidatorio, ha toccato talvolta livelli imbarazzanti, come quando ad esempio, nel rendere noti i dati sulle fasce di età in terapia intensiva in Lombardia, un assessore annunciava una percentuale dell’8 per cento “tra i 25 e i 49 anni” (Zita Dazzi, la Repubblica del 10.3), accomunando i giovani dai 25 ai 35 anni e gli adulti dai 40 ai 50 in un’unica fascia bizzarra, dilatata fino a due decenni e mezzo per camuffare la piccolissima percentuale dei più giovani.

-Come sempre la paura e il rimprovero denigratorio non producono collaborazione ma solo asservimento temporaneo.

 -Un messaggio degno e rispettoso della “biodiversità” sarebbe stato possibile e ancora lo sarebbe.

Certo sarebbe una mezza rivoluzione culturale rivolgersi con toni e contenuti di questo tipo...

 “Voi giovani, come ben vedete, siete meno esposti, ma lo sono molto gli anziani che sono connessi con voi per motivi familiari affettivi professionali... loro hanno bisogno di voi...noi tutti abbiamo bisogno della vostra attenzione... voi siete oggi più importanti che mai e ci potete dare molto più che una mano... per favore evitate le occasioni di contatto...ve lo chiediamo sapendo che vi sacrificherete soprattutto per noi...per questo vi diciamo con forza il nostro grazie...quando alla fine ne usciremo...e ne usciremo!... l’avremo fatto anche per merito vostro...e ne vedrete riconosciuto questo merito...sarete certamente più forti...

Forza ragazzi!”

 LA NATURA DEL SOGNO 

I sogni sono una trasmissione misteriosa d’immagini, pensieri, emozioni che parlano di noi, e con noi, in un linguaggio portentoso.
Traggono il loro materiale da quel labirinto psicocorporeo di cui noi umani siamo costituiti, quel mondo nascosto e viscerale che chiamiamo inconscio.

Non prendo qui in considerazione le potenziali interazioni con il mondo esterno, se non quelle della nostra quotidianità che forniscono “il materiale diurno” che raccogliamo e introduciamo nei sogni (Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni).

Per chi vuole conoscere se stesso più a fondo, è prezioso avere accesso emozionale e cognitivo alla propria trasmissione onirica.

 

La rappresentazione onirica è già di per sé elemento funzionalmente prezioso. 

In primo luogo in quanto espressione, straordinariamente integrata, di nostre energie psicocorporee di vario tipo, quindi potenzialmente catartica.

Le ricerche recenti, nell‘ambito delle neuroscienze, sembrano inoltre evidenziare che il sogno ha funzioni d’integrazione, elaborazione e smaltimento delle miriadi d’informazioni di vario genere che immagazziniamo durante la vita diurna: una sorta di  “ spazzino creativo “, come è stato definito,  in qualche modo rigenerante.

Su queste funzioni del sogno si trovano interessanti spunti al link

http://www.lavocedifiore.org/SPIP/breve.php3?id_breve=421

 

Stimolanti sono pure le pagine di  “Remando tra i sogni”, M. Zanasi e A.M. Amore, 2010 Franco Angeli, di cui viene offerta un’interessante anteprima al link

https://books.google.it/books?id=K6N58pvMavoC&pg=PA92&lpg=PA92&dq=i+sogni+sono+autocurativi&source

Alla domanda generica “Cos’è il sogno?” rispondono, in modo chiaro e di facile lettura, le pagine 16-22, riportando le ricerche del neuropsicoanalista Mark Solms: il sogno è un’attività mentale complessa, frutto di uno specifico circuito neuronale dedicato, non un sottoprodotto del cervello dormiente.

Tale circuito risulta  essere quello del “ sistema motivazionale appetitivo” che è alla base dei comportamenti di ricerca, interesse, bisogno, desiderio.

Questi meccanismi di eccitazione (arousal) non solo sono attivi durante il sonno onirico, ma sono completamente disinibiti, deregolati; sono in prima linea durante il sonno onirico molto più che durante la veglia.

Ne deriva che i sogni non soltanto sono intrinsecamente motivati, ma sono anche significativi e rivelatori degli stati motivazionali nella loro forma più primitiva.” "La coscienza dell’Es. Psicoanalisi e neuroscienze", Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018, p. 138.

https://luigimericosite.wordpress.com/2018/02/21/sogno-e-psicosi-i-meccanismi-comuni-nella-teoria-neuropsicoanalitica-di-mark-solms/

Tuttavia questo circuito neuronale non può spiegare la natura narrativa del sogno e i suoi contenuti onirici, anche se l’architettura neurobiologica che sostiene il processo onirico rispecchierebbe certe funzioni generali individuate da Freud, in particolare quelle di espressione degli impulsi dell’Es. 

 

IL SOGNO IN PSICOTERAPIA 

La finestra sui sogni non si apre per ora più di tanto, con le procedure logico-scientifiche.

Noi che siamo interessati ai sogni dal punto di vista psicoterapeutico, dobbiamo quindi procedere per approssimazioni, intuizioni e avvicinamenti prudenti.

I sogni sono un modo in cui l’individuo può mettere in scena inconsciamente, di fronte ai propri occhi chiusi, rappresentazioni di un mondo profondo che è in lui.

Raccontare i propri sogni, in una seduta di psicoterapia, significa ri-entrare in quel racconto che è stato già raccontato dalla propria attività onirica, quando è stato prodotto e rappresentato. 

Significa quindi anche ri-entrare nel vissuto di quel sognatore che viveva il sogno mentre lo produceva e quando poi lo ricordava.

Nel percorso terapeutico è opportuno perciò aiutare il cliente a “ri-entrare” nel suo sogno, nel senso di ri-sentire, ri-vivere.

Il sognatore contiene in sé un insieme di vissuti viscerali ai quali spesso non riesce più ad accedere senza un aiuto.

Il comprendere e l’interpretare sono procedure che ci lasciano sul versante esterno della rappresentazione onirica e che possono essere solo una tappa successiva.

La prima fase di lavoro su un sogno consiste allora nell’aiutare il sognatore a rientrare nel sogno.

    La vita ridotta

Viviamo ridotti... tendenzialmente unidirezionati.
La cultura dominante, attraverso la famiglia, la scuola e l’organizzazione sociale del lavoro e del tempo “libero“, ci indirizza verso una vita che tende a trascurare proprietà fondamentali dell’essere umano.
Quali?

   Una mappa generale delle proprietà a rischio

- Il piacere di sentirsi vivi.

- Il riconoscimento della propria unicità personale.

- L’espressione autentica di sé e l'autoregolazione. 

 - L’amicizia con se stessi e con il proprio mondo emozionale.

- La valorizzazione delle cose elementari.

- La gioia della connessione con la rete dei propri affetti.

 

   Ri-costruire la propria mappa personale
Ri-appropriarsi significa raccogliere proprietà che non utilizziamo.
Innanzitutto bisogna ri-conoscerle.
Come ri-costruire una mappa?
Dove andare a ri-cercare?
Ognuno può trovare i suoi input particolari dalla propria vita.
Esistono comunque delle direzioni e degli strumenti comuni.

   La direzione dell’attrazione

L’attrazione per gli altri che va dall’ammirazione all’invidia, è un ottimo indicatore di proprietà che abbiamo lasciato incolte e che vediamo nell’altro (spesso proiettando un nostro film che rende in parte immaginaria la relazione).
Questo si ritrova costantemente nella relazione d’amore.
È frequente vedere coppie in cui ognuno si sente attratto, di solito inconsciamente, da proprietà dell’altro che non ha coltivato in sè. Questo il più delle volte crea situazioni di parassitismo emozionale, con dinamiche contorte e tossiche.
Per fortuna ci sono anche casi in cui si raccoglie lo stimolo dall‘altro e, per una sorta di emulazione “coniugale”, si fanno crescere le proprie risorse.

Facciamo un esempio.
Uno dei due tende alla passività nella comunicazione stando perlopiù piuttosto in silenzio, mentre l’altro tende all’espressione anche invadente.
D’altro canto il primo sa ascoltare mentre il secondo non molto.
È possibile in una dinamica relazionale di questo tipo che ognuno individui nell’altro una propria risorsa non utilizzata sufficientemente ( “dovrei imparare a fare come lei/lui”)
Il più delle volte naturalmente l’individuazione della “direzione “ e l’emulazione non sono sufficienti per la ri-appropriazione.
Sono necessari gli strumenti per procedere.

Lo strumento del ricordare con emozione

Quali strumenti ci possono aiutare?
Torniamo al nostro esempio.
Se uno sta zitto e ascolta, probabilmente ha imparato a farlo nell’infanzia quando, nella posizione in cui si trovava in famiglia, questa era la modalità più agibile e utile.
La ripetizione di questo schema ha portato a una sua strutturazione caratteriale.
Per riacquistare la parte trascurata, in questo esempio quella dell’espressione “aggressiva” di sé, bisogna ritornare indietro.
Ricordare è uno strumento fondamentale.
Quanto più il ricordare è corroborato dalla “colonna sonora emozionale” dei vari vissuti, tanto più risulta efficace.
Le tecniche per ricordare con emozione sono varie: è preferibile comunque che venga coinvolto anche il movimento del corpo, che è la sede viscerale dell’emozione e che quindi smuove e può fare riaffiorare il materiale con cui ri-costruire.

Ricordare con emozione è parzialmente rivivere e ri-appropriarsi di parti di sé rimaste sopite.

La direzione del corpo
Il corpo ci offre varie direzioni di ricerca nel senso della ri-appropriazione.
Una gran parte delle potenzialità del nostro corpo sono sottoutilizzate.

Si possono dire molte cose diverse su ciò che è accaduto, sta ancora accadendo e probabilmente ancora accadrà sullo scenario multimediale a proposito di abusi e violenze di natura sessuale a danno delle donne, nell’ambito del mondo dello spettacolo, dello sport e...forse sarebbe meglio dire semplicemente nel mondo...

Una cosa è meglio dire subito, prima di ogni distinguo e di analisi più sottili: l’abuso di potere in campo sessuale sarà meno praticabile, almeno negli ambienti che sono stati coinvolti, niente sarà più come prima.

La violenza e l’abuso sulle donne è un male endemico della nostra cultura, fatte le dovute distinzioni di tempi, luoghi e ambiti socioculturali.

Si può e si deve ragionare su vari aspetti e tra i primi anche sulla possibile complicità di comportamenti e sentimenti femminili, ma è “un bene di prima necessità” che le donne denuncino gli abusi subiti sui posti di lavoro, nelle scuole e nelle università, e in ogni altro ambito sociale.

Nel variopinto mondo dello spettacolo è facile pensare che alcune donne possano voler trarne un vantaggio di visibilità (“seguitemi nelle prossime settimane, che avrò altre cose da raccontare” diceva in questi giorni una star).

Tuttavia è chiaro che le denunce sono in qualche modo anche autodenunce e la visibilità è anche una lesione alla propria immagine e alla propria “situazione” personale.

Nel palcoscenico semivirtuale dell’informazione mediatica è probabile che non venga vista la ferita emozionale, presente e passata, che queste donne portano dentro ed ora “portano fuori”.

Nel mondo delle immagini i sentimenti tendono a evaporare, a meno che non si tratti di quelli che si possono facilmente “immaginare” e facilmente manipolare e replicare nella fabbrica mediatica.

La denuncia è strumento che può avere molteplici forme, può essere semplificatorio e grezzo, ma dà voce a un’urgenza socioculturale: rendere sempre più impervia la strada che porta alla violenza e all’abuso sessuale, chiudendone tutti gli accessi possibili.

In tutti i luoghi in cui c’è un potere maschile l’abuso sessuale ha il suo terreno di coltura, che la cultura dominante sottovaluta e copre, per ignavia e spesso per complicità delle leve prevalentemente maschili del potere.

L’abuso comincia già negli apprezzamenti verbali e nelle comunicazioni non verbali di seduzione, fatti da chi “sta sopra” nonostante non ci sia corrispondenza dall’altra parte e in ogni caso quando l’età o il ruolo non lo dovrebbero consentire.

Qui si potrebbe aprire un’analisi seria sui ruoli e sulle professioni regolamentate o regolamentabili sul piano deontologico: uno psicologo ha un codice di comportamento sessuale nei confronti del paziente…e un medico, un insegnante, un datore di lavoro?

Come pure si possono fare analisi sottili sul capovolgimento che a volte si può rilevare quando in qualche caso donne con ruoli di potere sembrano scivolare anch’esse sullo stesso piano inclinato.

Sono tutte analisi indispensabili, ma non devono creare ombra all’evidenza del fenomeno sociale principale che è oggetto dell’attuale diffusa denuncia.

Il sostegno a questa denuncia da parte dei maschi consapevoli e “di forte volonta’” deve partecipare alla costituzione di un cordone sanitario che serva a rendere sempre più circoscritta e debellabile questa malattia endemica ed epidemica, probabilmente non più pandemica come un tempo, almeno nel nostro mondo “occidentale”.

Sarà parte fondamentale di una profilassi culturale globale, che contribuisca a dar forza anche alle forze grandi, ma in grande difficoltà, delle donne (e bambine!) di paesi vicini e lontani in cui il medio evo predomina, quanto a parità dei sessi e rispetto delle diversità.

Ancora più fondamentale è la voce delle donne, un coro che dovrebbe essere unito, con le diverse note ed i diversi accenti, con toni anche contrastanti, fermo però restando un forte “NO! senza se e senza ma” all’abuso comunque esercitato...coi fiori o coi terrori...con seduzioni brillanti o violenze imperanti...

Relatore Freddy Torta

dal canale di Ivan Ferrero

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