Psicologi nella rete

 La Rete è un campo nuovo ove noi psicologi ci muoviamo in un modo non troppo esperto.
Certo è un “nuovo” relativo, dato che la Rete non è nata ieri, quindi un po’ di esperienza ce la siamo fatta, chi più chi meno.
Ed anche alcune nostre riflessioni.
Come categoria professionale abbiamo caratteristiche che rendono il nostro navigare più arduo di quello di molti altri professionisti: il nostro codice deontologico esige che non abbiamo relazioni personali extraprofessionali con i nostri clienti.
Quanto è personale una relazione in un social network?
Questa è ad esempio una domanda che molti di noi si sono fatti e che ha portato a riflessioni e comportamenti conseguenti.
Ci sono altre domande e altre riflessioni naturalmente...
Raccoglierle in questa sezione del Blog, mi è parsa un’opportunità da non tralasciare.
Chi vorrà potrà inviarcele e concorrere a sviluppare un flusso esperienziale che potrebbe dare contributi validi al nostro background deontologico e professionale.
Sono graditi anche brevi contributi relativi a questioni non ancora pienamente elaborate.
Ho voluto dare il via a questo auspicabile flusso con l’articolo “LO PSICOLOGO IN VETRINA”, una mia elaborazione ancora parziale che presuppone un ulteriore approfondimento.
Grazie a chi vorrà partecipare e condividere
Freddy Torta

Che cosa fanno gli psicologi nella vetrina di Facebook?

Osservando qua e là si vedono comportamenti diversi.

C’è chi si mette in mostra con le foto dei propri figli, della propria ultima vacanza, del bel piatto appena cucinato e di altre attività personali, e chi invece rigorosamente si attiene a citazioni di pensieri dei grandi maestri (più raramente dei propri) e a informazioni su iniziative proprie e altrui.

Aldilà della forma proviamo a fare qualche riflessione sulla sostanza.

Per maggiore sinteticità definirò genericamente “psicologo” anche lo psicoterapeuta e “cliente” anche il cosiddetto paziente (naturalmente intendendo entrambi i sessi).

Consideriamo dunque il caso in cui un cliente, abbia “l’amicizia” su Facebook da parte del proprio psicologo, o la possibilità di accesso alle sue pubblicazioni, direttamente o tramite qualche conoscente.

Mettiamoci nei suoi panni.

Che cosa accadrebbe se vedessimo delle foto in cui il nostro psicologo fosse con i figli o con il coniuge, in un atteggiamento che ci creasse un qualche disagio emozionale?

In una relazione in cui il transfert ha un ruolo così centrale, un vissuto del genere potrebbe irrompere in modi diversi, più o meno esplicitati, nella dinamica della terapia e diventare preminente, in forma conclamata o latente.

 

Ricordo il caso di quando nacque mio figlio e avevo in cura una psicoterapeuta di una quarantina d’anni.

Il lavoro procedeva spedito e la relazione tra noi sembrava salda e in una fase di affettività positiva da parte di lei, con caratteristiche simili a quelle di un “innamoramento” delicatamente seduttivo, come di una giovane figlia verso il padre.

Si trattava di una donna omosessuale.

Le dissi che era nato mio figlio e credo proprio che fosse visibile la mia grande gioia.

Alla seduta seguente arrivò tutta vestita di nero, con aria funerea, e a tempo concluso mi comunicò che interrompeva la terapia.

Non volle dirmi nulla né sentire nulla.

La ferita lontana e profonda della gelosia infantile quante volte potrà essere toccata dalle pubblicazioni, sulla vetrina di Facebook, delle nostre immagini d’intimità familiare?

Un abbraccio con mia moglie in riva al mare quale tempesta potrebbe provocare, quando il tenero e fragile amore si stesse muovendo, dalla deriva della solitudine infantile, verso il continente solidale del transfert positivo?

 

Facciamo un lavoro delicato, in cui anche un battere d’ali ha un peso: il virtuale rappresentato sui social network sembra volare via senza lasciare traccia nel mare multimediale, ma può incidere segni a volte indelebili nella rete delle “ferite dell’anima”.

 

Ricordo un’altra mia cliente, medico assai valente, tra i trenta e i quarant’anni, che aveva raccontato con entusiasmo di un campeggio che amava tanto, in una spiaggia in Corsica.

La Corsica era proprio la meta delle mie vacanze e dovevo passare per quel luogo...

”Oh che bello...potrei fermarmi lì un po’...”le dissi con tono interlocutorio.

“Ma certo! Vedrai che ti piacerà...” fu la sua risposta.

Dopo quella seduta la nostra interazione cominciò ad arenarsi...su quella spiaggia.

L’intimità di quel luogo era stata violata inconsapevolmente, da me e forse anche da lei.

Può un luogo di vacanza essere parte della nostra più tenera intimità?

Certo che può.

Immaginiamo allora quali rifrazioni di sentimenti si possano avere attraverso i social network, ove svolazzano qua e là immagini di luoghi emozionalmente speciali per molti…

Si tratta di materiale delicato più di quanto crediamo…

Personalmente ho amato Ginostra, un paese dell’isola di Stromboli, come fosse una madre.

Negli anni ottanta era per me un rifugio reale e al tempo stesso virtuale.

Appena potevo partivo per la mia isola per ristorarmi, meditare e scrivere* e nel tunnel dell’inverno di Milano sapere di poter trovare prima o poi rifugio a Ginostra era per me un’ancora esistenziale.

Cosa avrei provato se avessi visto commenti e foto pubblicati dalla mia psicologa, in cui si fosse alluso al problema del discutibile sistema di raccolta dei rifiuti in vigore allora a Ginostra?

Una tempesta emozionale…

 

Le immagini a volte ancor più delle parole possono avere un impatto emozionale imprevedibile.

Ricordo che, circa un decennio fa, quando creai un sito per far conoscere i miei libri appena usciti, corredandolo di una serie di foto, m’imbattei in un’esperienza che mi stupì.

Stavo lavorando con un cliente da qualche anno ed egli aveva appena deciso di approfondire il suo percorso partecipando a un gruppo che tenevo settimanalmente.

Non se ne fece nulla.

Aveva visto, insieme a sua moglie, le foto del mio sito e disse che era rimasto colpito particolarmente da una in cui ero molto più giovane, con i capelli lunghi e con una tuta rossa. ”Non ti ho riconosciuto...sembravi un guru”.

Cercai di spiegargli che, come diceva la didascalia della foto, si trattava di un’immagine che mi ritraeva a Ginostra negli anni in cui avevo scritto “L’isola felice”, che era quindi nel mio intento una sorta di documentazione...

La realtà contava niente di fronte all’impressione che lui aveva avuto.

Sospese la terapia, che riprese solo dopo qualche anno con una richiesta di colloqui di sostegno.

Si era vergognato di me di fronte alla moglie, in un modo per lui intollerabile: aveva dovuto fare un gesto di autonomia dal “guru”...

Avrebbe potuto essere un incidente utile se fosse stato possibile elaborarlo.

Ai tempi nostri di Facebook, quanti incidenti analoghi emergono e magari riescono a essere elaborati e quanti invece covano sotto la cenere e finiscono per implodere subdolamente?

 

 

La potenza delle immagini non finisce mai di stupire in un mondo che ha eletto l’immagine a Dea della comunicazione.

Una potenza che è insita in quelle immagini che si andranno ad aggiungere al materiale che non di rado s’incontra nei profili Facebook degli psicologi: opinioni personali su cultura, politica, religione, ecologia, alimentazione, animali, sport e via dicendo...

Ogni elemento visibile su Facebook occuperà uno spazio più o meno conscio della relazione e quando la cosa sarà consapevole si tratterà probabilmente del “male minore”: ci sarà la possibilità di elaborare positivamente il vissuto e le proiezioni.

“I gusti del mio psicologo su cibo, musica cinema, così diversi dai miei, mi sorprendono e mi disturbano... gliene dovrò o potrò parlare?”

Più difficile se tutto rimarrà sott’acqua: ”il troppo” potrà invadere il campo emozionale del cliente e covare sotto le ceneri delle emozioni inconsce, come una bomba a orologeria.

In ogni caso credo sia opportuno facilitare l’emersione di questo materiale emozionale, indotto dalla vetrina di Facebook, e non lasciarlo sopire nel fondale come un’alga virtuale e inerte.

 

Penso che ci stiamo muovendo verso la fine di una fase di transizione: si va sempre di più nella direzione della visibilità e della “trasparenza” dello psicologo, non solo attraverso i canali dei social network, ma in generale attraverso il grande mare di Internet, quel cyberspazio nel quale siamo ormai immersi, talvolta anche senza saperlo.

Il transfert cambierà, anzi sta già cambiando.

La proiezione del transfert ci sarà ugualmente, ma sarà differente.

La maggiore visibilità toglierà spazio a un certo tipo di proiezione aggiungendo singoli elementi di realtà, sui quali comunque sarà sempre possibile proiettare: il non detto si arricchirà di elementi puntuali tratti dalla “realtà” del terapeuta.

Potrebbe essere che il transfert sarà arricchito da questi elementi più puntuali provenienti dalla “realtà” e alleggerito da proiezioni affettive provenienti dal bagaglio infantile: la relazione potrebbe muoversi nella direzione di una maggiore "autenticità".

 

Certo sarà tutto da vedere e da capire.

Le implicazioni sono notevoli!

In ogni caso comunque credo che ci dovremo far carico anche di questo materiale, facilitarne l’emersione, l’esplicitazione e l’elaborazione.

Ognuno di noi userà il suo personale protocollo di comportamento, sul versante della privacy, ed è comprensibile che nessuno si sia azzardato, a quanto mi risulta, a dettare regole di comportamento in una materia così inedita e in così rapida evoluzione.

A mio avviso conviene ragionare e confrontarsi su questo processo, piuttosto che arroccarsi su posizioni isolazioniste da linea del Piave o da ultima spiaggia, chiudendo gli occhi a quello che è già sotto i nostri occhi.

Che ognuno faccia quello che ritiene più congruo, ma che si aprano occhi e discussioni su questa questione.

Credo che questo non sia il tempo di chiudere, ma di delimitare, analizzare, elaborare.

E condividere.

E proprio in quest'ottica vanno intese queste mie riflessioni: stimolare una condivisione di esperienze e punti di vista diversi, che auspico di poter ospitare su questo blog.

 

* “L’ISOLA FELICE – Viaggio alla ricerca dell’amore perduto”, 2005 Silvia Editrice.

 

Mappa collegamenti

 Spesso incontro su Facebook pubblicazioni di miei colleghi psicologi che presentano un problema, di solito in modo piuttosto schematico, e chiedono al pubblico dei lettori: cosa ne pensate? siete d'accordo?
In molti casi queste pubblicazioni sembrano avere come obiettivo quello di ottenere un numero alto di risposte in modo da contribuire all'accrescimento del traffico in entrata verso il proprio profilo e così poi avere maggiori canali in uscita per raggiungere il pubblico con i propri post.
Sappiamo infatti che un nostro post non arriva a tutti i nostri amici, ma che l'algoritmo di Facebook lo fa girare più o meno e nelle direzioni indicate da diversi parametri, uno dei quali è l'entità del traffico reciproco tra i vari profili.
Dunque si tratta spesso di "post civetta" utili ad incrementare il proprio "potenziale pubblicitario".
Certamente chi lavora attraverso relazioni d'aiuto, in particolare uno psicologo, dovrebbe chiedersi quale possa essere l'impatto di tutto ciò sui propri clienti, sia a livello conscio che inconscio.
Giacché, a mio modo di vedere, la mancanza di autenticità e la distorsione della verità nell'ottica della manipolazione del consenso, sono nella nostra professione quanto di peggio si possa incontrare.

Come in ogni cosa della vita sarebbe indispensabile imparare ad usare il mezzo che utilizziamo.
Bisognerebbe che fossero istituiti corsi per la patente di navigazione in Rete, particolarmente nei social network.
In mancanza di ciò, visto che ci troviamo in mezzo alle scorribande di una specie di medio evo, mi prendo la libertà di dire qualche cosa sull'uso di Facebook da parte di persone che hanno particolari responsabilità, in quanto impegnate professionalmente in relazioni di aiuto.

Scusate se mi intrometto ma non ne posso più di vedere gente, di solito intelligente, pubblicare banalità o  anche manipolazioni della realtà, più o meno ingenue, senza a quanto pare rendersi conto di rischiare un effetto boomerang, lesivo della propria immagine professionale.
L'impressione è che il bisogno di esprimersi, di farsi vedere, di specchiarsi nelle proprie immagini, accechi talvolta anche i più avveduti.
Solo pochi si metterebbero a declamare le "proprie parti" in una grande piazza, improvvisando così come viene, o senza meditare prima e pienamente.
La velocità di Facebook crea invece un terreno molto scivoloso, su cui è molto facile cadere: qualsiasi momento libero dal caravanserraglio degli impegni, è una sirena che può accalappiare con la fretta, come una sigaretta...
È così che non pochi si perdono nel regno incantato delle pubblicazioni da paese dei balocchi: sciorinature di frasi da baci Perugina... generalizzazioni da bar...immagini illusionistiche da favola...citazioni usa e getta raccolte da altri citatori; vedi su questo http://www.freddytorta.com/ilcorponellarete/psicologi-nella-rete/267-imparare-a-usare-facebook-riflessioni-sui-post-con-citazioni-ft-11-2-17.  Altro discorso merita l'architettura, a fini pubblicitari, di disegni manipolatori da mercatoni dell'usato; vedi in merito http://www.freddytorta.com/ilcorponellarete/psicologi-nella-rete/268-i-post-civetta-su-facebook-freddy-torta-7-3-17
A costo di rompere cogli uni e ruvidar cogli altri, "affliggo" qui un avviso: fate una breve meditazione, amici miei di Facebook, prima di pubblicare...prima di mettervi a gridare in questa grande piazza...che potrebbe arrivare, prima o poi, qualche Castigamatti…a spazzarvi la punta delle scarpe...a far la gibigiana con le luci di questa gran vetrina...e magari imbastire una collana con le perle di Facebook...

 

La citazione generica della fonte attraverso "cit." conferisce una generica paternità autorevole al contenuto postato: perché non esprimersi con contenuto proprio?

È una specie di deresponsabilizzazione e insieme di autoconsacrazione che ha un sapore manipolatorio.

La citazione della fonte che invece indica l'autore è di regola generica: non si riporta il luogo da cui è tratto il contenuto.

Sappiamo bene come sia facile travisare il significato di una frase estrapolata dal suo contesto, a volte fino a poter evocare l'opposto del senso originario. Anche in questo caso si fa leva su un'autorità culturalmente riconosciuta, per dare autorevolezza al proprio contenuto e puntare a far incetta di “like” e condivisioni.

In questa fase primitiva della comunicazione via Facebook, i “like” ottenuti funzionano ancora, per molte persone, come "crediti professionali".

Nella prima infanzia, abbiamo introiettato vissuti di sudditanza (con tutti i vari sentimenti connessi) nei confronti dei “grandi”, a cominciare dai nostri genitori: il grande e il piccolo si sono stagliati nella "nostra anima" come poli opposti, in forme differenti a seconda dei casi.

I grandi numeri ci mettono spesso in uno stato d'animo di subalternità, magari inconsapevole: centinaia o migliaia di “mi piace” possono quindi rappresentare un' Autorità convalidata, nell'immaginario collettivo.  

Chi lavora nelle relazioni d'aiuto, in particolare uno psicologo, quando volesse usare delle citazioni nelle proprie pubblicazioni su Facebook, dovrebbe fare attenzione e chiedersi quale possa esserne l'impatto sulla sensibilità dei propri clienti, sia a livello conscio che inconscio.

Giacché la mancanza di autenticità e la distorsione della verità in un'ottica di manipolazione del consenso, più o meno deliberata, sono quanto di peggio si possa incontrare in questo genere di professioni.

Personalmente so bene come voterò in questo referendum, ma so anche che in questo clima elettorale multipassionale, che spacca in due il paese e talvolta anche le persone, ho una “responsabilità emozionale” particolare, come psicoterapeuta, nei confronti di chi ha con me una relazione transferale.

Non è qui il caso di definire analiticamente il transfert tra analista e paziente: basti dire che questo tipo di relazione è strutturata del tessuto connettivo emozionale di tutte le interazioni, reali e immaginarie, che intercorrono tra loro.

Chi offre sostegno in un percorso che ha lo scopo di liberare una persona da condizioni di disagio e sofferenza, nate nella tenera infanzia, ha a che fare con movimenti viscerali spesso in contrasto tra loro, in un continuo gioco di riflessioni, rifrazioni e riverberi inaspettati: amore, dolore, rabbia, paura, odio...

La sensibilità e la consapevolezza dello stato del transfert (e del controtransfert, che ne è il corrispettivo sul versante dei movimenti emozionali dell’analista) sono un compito fondamentale per uno psicoterapeuta, che non può mai essere posto in secondo piano, in quanto la dinamica viscerale è in continuo e a volte imprevedibile movimento.

Da che ho avuto percezione diretta e consapevole di elezioni di vario tipo, ho constatato che l’elemento passionale prevale su quello razionale, nella maggior parte delle persone.

Attualmente poi, con la risonanza dei social network, che ormai quasi tutti frequentiamo, le dinamiche emozionali si propagano: alla passionalità individuale si viene a collegare anche quella delle dinamiche virtuali (ma non per questo non reali) delle interazioni on line.

Qualcuno ritiene che con la Rete le informazioni circolino maggiormente e che venga facilitato un atteggiamento razionale di tipo analitico.

A me sembra che, in questa fase ancora primitiva dell’uso della comunicazione on line, il moltiplicatore viscerale abbia la meglio, attivato anche dalla notevole diffusione di notizie false o manipolatorie, che col fatto che si vedono scritte e pubblicate nel WEB, sembrano avere una consacrazione di veridicità.

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L'argomento è affascinante ed intrigante, rimescola un po' le viscere e fa venire l'acquolina in bocca: "ma hai visto cosa ha pubblicato il collega Tizio o la collega Taldeitali? Come è possibile mettersi in mostra cosi!"
Il mio lato morboso e voyeuristico si nutre avidamente di tutto quello che appare sui social network, e a seconda dei casi butta fuori disprezzo derisione invidia rabbia, insomma attinge a tutto il repertorio dei sentimenti negativi di cui siamo in possesso.
Oppure sono stimolato dalle informazioni e dalle occasioni di aggiornamento e sento ammirazione curiosità desiderio di emulazione.
Qualche volta mi annoio, ma il più delle volte, al pensiero di entrare su FB, una vocina dentro di me dice: "non entrarci, è spazzatura! lo sai che dopo ti viene la nausea".
Mi sono chiesto perché e ho avuto qualche risposta che mi piace condividere, anche per proporre un punto di osservazione da una prospettiva diversa da quella da cui Freddy Torta è partito. Se Freddy parte da come potrebbe sentirsi un cliente se..., io parto da come può sentirsi un terapeuta se...
Io provo a scrivere su come mi potrei sentire leggendo i "post" di clienti a cui "ho dato amicizia su FB". Parlo al condizionale perché le riflessioni che seguono mi hanno orientato a decidere di NON "dare amicizia" ai clienti in psicoterapia (oltre che agli allievi dei training in cui insegno).
Prima considerazione: l'impatto emotivo, la sensazione è forte e, in pochi minuti, ho la possibilità di avere uno spaccato di quello che succede nella quotidianità di alcuni clienti, e mi manca il tempo di metabolizzarla. Dove colloco le mie sensazioni da "post"? Ne parlo nella prossima seduta? O nel qui ed ora via chat?
Sento che la velocità dei social network non è compatibile con il mio metabolismo degli eventi e delle sensazioni e delle emozioni collegate ad essi.
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La rete è potenziale, opportunità, espansione e condivisione. Ma sempre di più dobbiamo fare i conti con i suoi limiti.
Quali sono i rischi che corriamo a mostrare il privato in rete come terapeuti? E quali le conseguenze nella relazione con i pazienti?
Il dott. Freddy Torta nel recente articolo “Lo psicologo in vetrina” pubblicato nel blog “Il corpo nella rete” si domanda “Che cosa fanno gli psicologi nella vetrina di Facebook?”.
E ancora, sempre rispetto ai social network ed al rapporto terapeuta e paziente, esistono linee guida che il terapeuta deve seguire? E il Codice Deontologico ci può aiutare?
Sono stata paziente e sono psicoterapeuta. Questo mi ha dato la possibilità, indossando entrambe le vesti, di esplorarne la varietà dei vissuti.
Da paziente a volte ho sentito la naturale curiosità di sapere tutto dei miei terapeuti. E so cosa significa fantasticare e immaginarne il mondo che gli sta intorno.
Non abbiamo condiviso l’amicizia su Facebook, e ne sono contenta. E non mi è affatto dispiaciuto, quando Facebook ancora non esisteva, aver conosciuto soltanto nome, cognome, indirizzo e poco altro di questi professionisti.
Si parla di transfert perché i sentimenti del paziente verso il terapeuta spesso sono connessi alle relazioni significative della sua infanzia. Emozioni e pensieri sono perlopiù inconsci. Accade quindi che egli viva nella relazione con il terapeuta le sensazioni del bambino che è stato, e quindi anche deprivato, non visto, accolto o abbastanza amato.
E talvolta le ferite dei pazienti sono così profonde da generare fantasie inconsce animate da sentimenti tutt’altro che gioiosi.
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L’articolo del dott Torta “Psicologi in vetrina”, affronta gli effetti e le conseguenze del riverbero della Rete e dei social network sulle relazioni degli psicologi con i loro clienti e apre un’interessante prospettiva: colgo il suo invito ad una osservazione e discussione del fenomeno.
Desidero fare una premessa.
La presenza dei nostri profili su Facebook, che sembra riguardare aspetti consueti della nostra vita, in realtà è un fenomeno estremamente recente rispetto alle modalità relazionali tra le persone, che noi umani abbiamo elaborato e che ci hanno accompagnato nel corso della nostro viaggio sulla terra dalla nostra comparsa a…una trentina d’anni fa.
Il lavoro dello psicologo, inoltre, che si può addentrare come sottolinea l’autore dell’ articolo fino alle “ ferite dell’anima”, è delicato, e va a toccare aspetti complessi e non sempre consci del nostro essere.
Quindi ci muoviamo su un terreno di discussione assai inedito e difficile.
Il mio contributo alla ricerca in questo ambito riguarda alcune domande, come fossero piste che ho seguito nelle stesura delle righe che seguono.
La prima è questa: se è vero che le immagini ancor più delle parole possono avere un impatto emozionale imprevedibile per i clienti in terapia, questo effetto può valere anche per gli psicologi che utilizzando facebook si imbattano in “materiale delicato e immagini svolazzanti senza tempo” dei loro clienti?
La seconda è: l’impatto di questo serbatoio multiforme che sono i profili in rete riguarda solo l’aspetto emozionale, preso in considerazione dal Dott. Freddy Torta oppure anche la sfera cognitiva?
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