Il corpo nella rete
blog interattivo diretto da Freddy Torta e Giuseppe Cappelletti
Psicoterapeuti della S.I.A.B. - Società Italiana di Analisi Bioenergetica

Frammenti
 
come sta il corpo nella rete?
vive nuove opzioni vitali
o-e ne è imprigionato?
quanto e quando?
il corpo siamo noi...

 

Frammenti

 

Mappa collegamenti

Questi frammenti fatti di poche parole e associati ad un'immagine, mirano ad attrarre ognuno verso le proprie aree d'interesse, sulla base delle proprie coordinate emozionali e cognitive.

La Mappa collegamenti di ogni frammento, come anche quella alla fine di altri testi, intende consentire un approfondimento graduale, attraverso i vari passaggi suggeriti e a quelli che il lettore stesso potrà intuire.

cecinestpasunepipe
Questa non è una pipa
e non è banale
meditare
ancora oggi e una volta di più
sull'incantesimo virtuale...
 

 

Mappa collegamenti

 

 

 se ci mettiamo in vetrina

proprio noi

che facciamo da specchio...

penso... 

potrebbe diventare un controsenso

 

 

 

L'apparenza inganna
e nella rete si può apparire
giocando la presenza...

 

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Taglia e cuci…un tempo ci voleva tempo…
Oggi è un momento, un attimo digitale.
Nella rete c’è tutto…acchiappalo ed è tuo…
Può perdersi il pensiero...quello che sta più in fondo.
I “grandi” pensatori si copiano e s’incollano,
i riflettori su di loro…
ci rimane qualche tweet indotto,
le immagini allo specchio di Facebook,
il dinamismo whatsapp…
impulsi sacrosanti…
piccoli ponti che ci tengono insieme.
Ma tu che copi e incolli cosa  pensi?

 

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con le immagini
si immagina
la realtà
...
 

 

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La rete, il web, il cyberspazio, che significa spazio di navigazione, è una realtà in cui accadono in ogni momento miriadi di dinamiche di ogni genere.

Come un grande porto di mare è un portale attraverso il quale si accede a opportunità e rischi di ogni tipo.

Imparare ad essere consapevoli almeno di una parte di queste possibilità, è una responsabilità che ci dobbiamo prendere, per noi e per i ragazzi che in qualche modo dipendono da noi, i quali hanno di solito una grande capacità pratica di navigare, ma scarsa consapevolezza delle implicazioni e delle regole che la navigazione prevede.

Questa conferenza interattiva, non ha la pretesa di esaurire un argomento ampio come questo, ma di sollevare il problema e stimolare riflessioni e comportamenti più attenti, in merito ad una rivoluzione continuamente in atto, che certo non si tratta di fermare e tantomeno di negare, ma piuttosto di conoscere meglio per imparare come trarne il massimo dei vantaggi, evitandone quanto più possibile gli influssi potenzialmente nocivi.

La conferenza è intesa come interattiva, in quanto ogni partecipante avrà anche la possibilità di intervenire per dare o chiedere contributi di approfondimento e chiarimento.

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Sotto i nostri occhi e sotto il nostro naso accadono cose insieme nuove e vecchie.
Nonostante la crisi e in alcuni casi proprio a causa di essa, la propensione a distrarsi, cercando di non guardare troppo una realtà difficile, si mangia l'attenzione, la lucidità e la combattività di molti, se non dei più.
Particolarmente preoccupante questa tendenza quando si afferma tra i giovani che sono il motore del rinnovamento.
L'uso eccessivo dei vari social network, il dilagare dell'interazione online e in generale l'attrazione verso il virtuale, hanno sempre più spazio nel tempo libero (quando non anche in quello di lavoro).
L'ultimo boom in materia è Pokemon GO.  
Risparmio la descrizione e l’analisi di alcuni aspetti che delego ai link qui di seguito:
https://it.wikipedia.org/wiki/Pok%C3%A9mon_Go
https://www.forexinfo.it/Pokemon-Go-come-giocare
Faccio solo notare, per rendere l’imponenza del fenomeno, che secondo Wikipedia alcuni analisti hanno rilevato che Pokémon Go ha superato come numero di utenti attivi connessi in contemporanea i videogiochi Candy Crush Saga e Draw Something e come tempo di uso le applicazioni relative ai social network come Facebook, Twitter, Snapchat, Instagram.

Risulta inoltre probabile che l’adescamento promozionale, già in atto in alcuni esercizi commerciali che stanno facendo affari per avere avuto la fortuna di trovarsi vicini a qualche PokeStop, sia destinato ad espandersi in modo rilevante ad opera di grandi gruppi commerciali, producendo fenomeni di induzione ad acquisti in forma pressoché subliminale, soprattutto a carico degli utenti più ingenui.

https://www.ridble.com/pokestop-cosa-sono/

http://www.repubblica.it/tecnologia/2016/07/24/news/poke_mon_go_mania_diventa_business-144736719/

http://www.motorbox.com/auto/magazine/lifestyle-auto/pokemon-go-concessionario-toyota-vende-tre-auto

http://newsitaliane.it/2016/milano-il-museo-poldi-pezzoli-diventa-per-un-giorno-un-pokestop-turisti-a-caccia-di-pokemon-scoppia-la-polemica-71276

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Un autobus a Milano porta una scritta che invita ad acquistare i biglietti con una nuova applicazione tramite cellulare.
Comodamente.
La mente si accomoda ormai in questa direzione: non ci sono da fare troppi movimenti, tutto diventa più a portata di click, comodamente da casa nostra o da dove ci troviamo.
Siamo indotti a cercare sempre più soluzioni attraverso la Rete: fare operazioni in banca, acquistare libri, musica, biglietti d’ogni tipo e persino fare la spesa.
Naturalmente anche comunicare attraverso i social network.
L’elenco potrebbe continuare fino alla noia.
Fermiamoci qui, con un esempio dell’ultima frontiera, quella della ricerca ed organizzazione di incontri e eventi:
http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2016/04/27/news/tinder_chat_gruppo-138576916/?refresh_ce
Un discorso particolare merita la realtà del “telelavoro”, che comprende anche lo “smart work” - chi vuole informazioni abbastanza rapide e stimolanti può leggere questi due articoli:
http://www.corriere.it/economia/16_gennaio_18/lavorare-casa-boom-smartwork-f4d17396-bdd0-11e5-b5c4-6241fae93341.shtml
http://nuvola.corriere.it/2014/03/09/il-caso-bmw-e-le-nuove-regole-dello-smart-working/
Due sono a mio parere le implicazioni che coinvolgono direttamente noi psicologi.
La prima riguarda il tic del click e la sindrome del multitasking.
La seconda il disequilibrio crescente della gente, tra corpo e mente (le rime sono volute, a provocare un’attenzione e un allarme).
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 E’ finita l’era in cui le recensioni in rete riguardavano soltanto ristoranti, servizi, oggetti di consumo, alberghi, libri e film. L’assegnazione di punteggi e commenti riguarderà sempre più le persone e di conseguenza le professioni.
La mia non è una premonizione, si chiama Peeple (fusione fra peep, sbirciare e people, gente) la nuova App nata negli Stati Uniti circa un anno fa che consente di recensire persone per ciò che riguarda l’aspetto professionale, personale e sentimentale.
Il panorama che si propone a chi getta uno sguardo su queste tecnologie fa pensare che non manca molto alla nascita di servizi anche in Italia che prevedano di lasciare recensioni su un professionista. Anche l’utilizzo del forum, che nel nostro paese è usuale già da tempo, sarà sempre più frequente nella scelta di uno specialista. E’ bene quindi che iniziamo ad abituarci.
Mi chiedo però quali possano essere gli effetti di questo trend su figure professionali come quelle dello psicologo e dello psicoterapeuta.
Sul forum si fa per iscritto ciò che prima si faceva in piazza, al bar o fra le mura di casa: due o più persone discutono su un paio di sci, un film, una macchiolina sulla pelle, il problema dell’immigrazione, le unioni civili ed anche la scelta di un professionista.
Quindi, anche di uno psicoterapeuta. Accade infatti che “ciccio79” raccomandi a “milena94”, che soffre di attacchi di panico, un professionista piuttosto che un altro. Tuttavia può capitare anche il contrario, e cioè che un professionista venga sconsigliato. Ma soprattutto, chi è ciccio79? Che competenze possiede per dispensare suggerimenti e magari sconsigliare un professionista?
Umberto Eco, durante il conferimento della laurea honoris causa a Torino nel 2015, affermava con tono sarcastico:
“I social media danno il diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere. Mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”.
Senza giungere a conclusioni tutt’altro che moderate come quelle di Eco, credo che il forum non possa essere equiparato al vecchio passaparola. Sono giudizi soggettivi che rimangono scritti e perlopiù pubblici. E di cui spesso non si conosce la fonte.
Del terapeuta dunque si parla già oggi sui social forum, e si possono anche dare pubblicamente opinioni e valutazioni. E la “regola” che vige è: che lui lo voglia o no.
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Che cosa fanno gli psicologi nella vetrina di Facebook?
Osservando qua e là si vedono comportamenti diversi.
C’è chi si mette in mostra con le foto dei propri figli, della propria ultima vacanza, del bel piatto appena cucinato e di altre attività personali, e chi invece rigorosamente si attiene a citazioni di pensieri dei grandi maestri (più raramente dei propri) e a informazioni su iniziative proprie e altrui.
Aldilà della forma proviamo a fare qualche riflessione sulla sostanza.
Per maggiore sinteticità definirò genericamente “psicologo” anche lo psicoterapeuta e “cliente” anche il cosiddetto paziente (naturalmente intendendo entrambi i sessi).
Consideriamo dunque il caso in cui un cliente, abbia “l’amicizia” su Facebook da parte del proprio psicologo, o la possibilità di accesso alle sue pubblicazioni, direttamente o tramite qualche conoscente.
Mettiamoci nei suoi panni.
Che cosa accadrebbe se vedessimo delle foto in cui il nostro psicologo fosse con i figli o con il coniuge, in un atteggiamento che ci creasse un qualche disagio emozionale?
In una relazione in cui il transfert ha un ruolo così centrale, un vissuto del genere potrebbe irrompere in modi diversi, più o meno esplicitati, nella dinamica della terapia e diventare preminente, in forma conclamata o latente.
Ricordo il caso di quando nacque mio figlio e avevo in cura una psicoterapeuta di una quarantina d’anni.
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 La Rete è un campo nuovo ove noi psicologi ci muoviamo in un modo non troppo esperto.
Certo è un “nuovo” relativo, dato che la Rete non è nata ieri, quindi un po’ di esperienza ce la siamo fatta, chi più chi meno.
Ed anche alcune nostre riflessioni.
Come categoria professionale abbiamo caratteristiche che rendono il nostro navigare più arduo di quello di molti altri professionisti: il nostro codice deontologico esige che non abbiamo relazioni personali extraprofessionali con i nostri clienti.
Quanto è personale una relazione in un social network?
Questa è ad esempio una domanda che molti di noi si sono fatti e che ha portato a riflessioni e comportamenti conseguenti.
Ci sono altre domande e altre riflessioni naturalmente...
Raccoglierle in questa sezione del Blog, mi è parsa un’opportunità da non tralasciare.
Chi vorrà potrà inviarcele e concorrere a sviluppare un flusso esperienziale che potrebbe dare contributi validi al nostro background deontologico e professionale.
Sono graditi anche brevi contributi relativi a questioni non ancora pienamente elaborate.
Ho voluto dare il via a questo auspicabile flusso con l’articolo “LO PSICOLOGO IN VETRINA”, una mia elaborazione ancora parziale che presuppone un ulteriore approfondimento.
Grazie a chi vorrà partecipare e condividere
Freddy Torta

 Spesso incontro su Facebook pubblicazioni di miei colleghi psicologi che presentano un problema, di solito in modo piuttosto schematico, e chiedono al pubblico dei lettori: cosa ne pensate? siete d'accordo?
In molti casi queste pubblicazioni sembrano avere come obiettivo quello di ottenere un numero alto di risposte in modo da contribuire all'accrescimento del traffico in entrata verso il proprio profilo e così poi avere maggiori canali in uscita per raggiungere il pubblico con i propri post.
Sappiamo infatti che un nostro post non arriva a tutti i nostri amici, ma che l'algoritmo di Facebook lo fa girare più o meno e nelle direzioni indicate da diversi parametri, uno dei quali è l'entità del traffico reciproco tra i vari profili.
Dunque si tratta spesso di "post civetta" utili ad incrementare il proprio "potenziale pubblicitario".
Certamente chi lavora attraverso relazioni d'aiuto, in particolare uno psicologo, dovrebbe chiedersi quale possa essere l'impatto di tutto ciò sui propri clienti, sia a livello conscio che inconscio.
Giacché, a mio modo di vedere, la mancanza di autenticità e la distorsione della verità nell'ottica della manipolazione del consenso, sono nella nostra professione quanto di peggio si possa incontrare.

Come in ogni cosa della vita sarebbe indispensabile imparare ad usare il mezzo che utilizziamo.
Bisognerebbe che fossero istituiti corsi per la patente di navigazione in Rete, particolarmente nei social network.
In mancanza di ciò, visto che ci troviamo in mezzo alle scorribande di una specie di medio evo, mi prendo la libertà di dire qualche cosa sull'uso di Facebook da parte di persone che hanno particolari responsabilità, in quanto impegnate professionalmente in relazioni di aiuto.

Scusate se mi intrometto ma non ne posso più di vedere gente, di solito intelligente, pubblicare banalità o  anche manipolazioni della realtà, più o meno ingenue, senza a quanto pare rendersi conto di rischiare un effetto boomerang, lesivo della propria immagine professionale.
L'impressione è che il bisogno di esprimersi, di farsi vedere, di specchiarsi nelle proprie immagini, accechi talvolta anche i più avveduti.
Solo pochi si metterebbero a declamare le "proprie parti" in una grande piazza, improvvisando così come viene, o senza meditare prima e pienamente.
La velocità di Facebook crea invece un terreno molto scivoloso, su cui è molto facile cadere: qualsiasi momento libero dal caravanserraglio degli impegni, è una sirena che può accalappiare con la fretta, come una sigaretta...
È così che non pochi si perdono nel regno incantato delle pubblicazioni da paese dei balocchi: sciorinature di frasi da baci Perugina... generalizzazioni da bar...immagini illusionistiche da favola...citazioni usa e getta raccolte da altri citatori; vedi su questo http://www.freddytorta.com/ilcorponellarete/psicologi-nella-rete/267-imparare-a-usare-facebook-riflessioni-sui-post-con-citazioni-ft-11-2-17.  Altro discorso merita l'architettura, a fini pubblicitari, di disegni manipolatori da mercatoni dell'usato; vedi in merito http://www.freddytorta.com/ilcorponellarete/psicologi-nella-rete/268-i-post-civetta-su-facebook-freddy-torta-7-3-17
A costo di rompere cogli uni e ruvidar cogli altri, "affliggo" qui un avviso: fate una breve meditazione, amici miei di Facebook, prima di pubblicare...prima di mettervi a gridare in questa grande piazza...che potrebbe arrivare, prima o poi, qualche Castigamatti…a spazzarvi la punta delle scarpe...a far la gibigiana con le luci di questa gran vetrina...e magari imbastire una collana con le perle di Facebook...

 

La citazione generica della fonte attraverso "cit." conferisce una generica paternità autorevole al contenuto postato: perché non esprimersi con contenuto proprio?

È una specie di deresponsabilizzazione e insieme di autoconsacrazione che ha un sapore manipolatorio.

La citazione della fonte che invece indica l'autore è di regola generica: non si riporta il luogo da cui è tratto il contenuto.

Sappiamo bene come sia facile travisare il significato di una frase estrapolata dal suo contesto, a volte fino a poter evocare l'opposto del senso originario. Anche in questo caso si fa leva su un'autorità culturalmente riconosciuta, per dare autorevolezza al proprio contenuto e puntare a far incetta di “like” e condivisioni.

In questa fase primitiva della comunicazione via Facebook, i “like” ottenuti funzionano ancora, per molte persone, come "crediti professionali".

Nella prima infanzia, abbiamo introiettato vissuti di sudditanza (con tutti i vari sentimenti connessi) nei confronti dei “grandi”, a cominciare dai nostri genitori: il grande e il piccolo si sono stagliati nella "nostra anima" come poli opposti, in forme differenti a seconda dei casi.

I grandi numeri ci mettono spesso in uno stato d'animo di subalternità, magari inconsapevole: centinaia o migliaia di “mi piace” possono quindi rappresentare un' Autorità convalidata, nell'immaginario collettivo.  

Chi lavora nelle relazioni d'aiuto, in particolare uno psicologo, quando volesse usare delle citazioni nelle proprie pubblicazioni su Facebook, dovrebbe fare attenzione e chiedersi quale possa esserne l'impatto sulla sensibilità dei propri clienti, sia a livello conscio che inconscio.

Giacché la mancanza di autenticità e la distorsione della verità in un'ottica di manipolazione del consenso, più o meno deliberata, sono quanto di peggio si possa incontrare in questo genere di professioni.

L'argomento è affascinante ed intrigante, rimescola un po' le viscere e fa venire l'acquolina in bocca: "ma hai visto cosa ha pubblicato il collega Tizio o la collega Taldeitali? Come è possibile mettersi in mostra cosi!"
Il mio lato morboso e voyeuristico si nutre avidamente di tutto quello che appare sui social network, e a seconda dei casi butta fuori disprezzo derisione invidia rabbia, insomma attinge a tutto il repertorio dei sentimenti negativi di cui siamo in possesso.
Oppure sono stimolato dalle informazioni e dalle occasioni di aggiornamento e sento ammirazione curiosità desiderio di emulazione.
Qualche volta mi annoio, ma il più delle volte, al pensiero di entrare su FB, una vocina dentro di me dice: "non entrarci, è spazzatura! lo sai che dopo ti viene la nausea".
Mi sono chiesto perché e ho avuto qualche risposta che mi piace condividere, anche per proporre un punto di osservazione da una prospettiva diversa da quella da cui Freddy Torta è partito. Se Freddy parte da come potrebbe sentirsi un cliente se..., io parto da come può sentirsi un terapeuta se...
Io provo a scrivere su come mi potrei sentire leggendo i "post" di clienti a cui "ho dato amicizia su FB". Parlo al condizionale perché le riflessioni che seguono mi hanno orientato a decidere di NON "dare amicizia" ai clienti in psicoterapia (oltre che agli allievi dei training in cui insegno).
Prima considerazione: l'impatto emotivo, la sensazione è forte e, in pochi minuti, ho la possibilità di avere uno spaccato di quello che succede nella quotidianità di alcuni clienti, e mi manca il tempo di metabolizzarla. Dove colloco le mie sensazioni da "post"? Ne parlo nella prossima seduta? O nel qui ed ora via chat?
Sento che la velocità dei social network non è compatibile con il mio metabolismo degli eventi e delle sensazioni e delle emozioni collegate ad essi.
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La rete è potenziale, opportunità, espansione e condivisione. Ma sempre di più dobbiamo fare i conti con i suoi limiti.
Quali sono i rischi che corriamo a mostrare il privato in rete come terapeuti? E quali le conseguenze nella relazione con i pazienti?
Il dott. Freddy Torta nel recente articolo “Lo psicologo in vetrina” pubblicato nel blog “Il corpo nella rete” si domanda “Che cosa fanno gli psicologi nella vetrina di Facebook?”.
E ancora, sempre rispetto ai social network ed al rapporto terapeuta e paziente, esistono linee guida che il terapeuta deve seguire? E il Codice Deontologico ci può aiutare?
Sono stata paziente e sono psicoterapeuta. Questo mi ha dato la possibilità, indossando entrambe le vesti, di esplorarne la varietà dei vissuti.
Da paziente a volte ho sentito la naturale curiosità di sapere tutto dei miei terapeuti. E so cosa significa fantasticare e immaginarne il mondo che gli sta intorno.
Non abbiamo condiviso l’amicizia su Facebook, e ne sono contenta. E non mi è affatto dispiaciuto, quando Facebook ancora non esisteva, aver conosciuto soltanto nome, cognome, indirizzo e poco altro di questi professionisti.
Si parla di transfert perché i sentimenti del paziente verso il terapeuta spesso sono connessi alle relazioni significative della sua infanzia. Emozioni e pensieri sono perlopiù inconsci. Accade quindi che egli viva nella relazione con il terapeuta le sensazioni del bambino che è stato, e quindi anche deprivato, non visto, accolto o abbastanza amato.
E talvolta le ferite dei pazienti sono così profonde da generare fantasie inconsce animate da sentimenti tutt’altro che gioiosi.
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Il corpo nella Rete

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Relatore Giuseppe Cappelletti

 

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