Il corpo nella rete
blog saltuario e aperto a contributi
diretto da Freddy Torta


Frammenti
 
come sta il corpo nella rete?
vive nuove opzioni vitali
o-e ne è imprigionato?
quanto e quando?
il corpo siamo noi...

 

Frammenti

 

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Questi frammenti fatti di poche parole e associati ad un'immagine, mirano ad attrarre ognuno verso le proprie aree d'interesse, sulla base delle proprie coordinate emozionali e cognitive.

La Mappa collegamenti di ogni frammento, come anche quella alla fine di altri testi, intende consentire un approfondimento graduale, attraverso i vari passaggi suggeriti e a quelli che il lettore stesso potrà intuire.

cecinestpasunepipe
Questa non è una pipa
e non è banale
meditare
ancora oggi e una volta di più
sull'incantesimo virtuale...
 

 

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 se ci mettiamo in vetrina

proprio noi

che facciamo da specchio...

penso... 

potrebbe diventare un controsenso

 

 

 

L'apparenza inganna
e nella rete si può apparire
giocando la presenza...

 

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Taglia e cuci…un tempo ci voleva tempo…
Oggi è un momento, un attimo digitale.
Nella rete c’è tutto…acchiappalo ed è tuo…
Può perdersi il pensiero...quello che sta più in fondo.
I “grandi” pensatori si copiano e s’incollano,
i riflettori su di loro…
ci rimane qualche tweet indotto,
le immagini allo specchio di Facebook,
il dinamismo whatsapp…
impulsi sacrosanti…
piccoli ponti che ci tengono insieme.
Ma tu che copi e incolli cosa  pensi?

 

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con le immagini
si immagina
la realtà
...
 

 

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Si parla sempre più spesso del QUI E ORA ed è un bene, per arginare le proiezioni mentali verso un futuro astratto e un passato spesso idealizzato.

S’incontra più raramente invece la propensione all’ORGANIZZAZIONE DEL QUI E ORA.

Sembra prevalere l’ottica di un qui e ora inteso come momento da cogliere così come si presenta.

Certamente quest’ottica ci offre un approccio importante e vitale, ma non è l’unica: va a mio parere integrata con quella della programmazione e dell’organizzazione del momento.

Altrimenti, nel flusso della vita, vivremo con intensità e pienezza solo quello che ci capita, che è indubbiamente un’esperienza che valorizza vissuti che andrebbero invece perduti nel mare dell’abitudine dei nostri schemi percettivi, emozionale e cognitivi.

La visione idealista di un Destino personale da riempire con la nostra capacità di vivere il momento, è a mio parere un’espropriazione, ingenuamente spiritualista, della pienezza del nostro potenziale energetico individuale.

Possiamo forzare il “nostro destino “ più frequentemente di quanto pensiamo.

Farci trasportare dall’onda o attraversarla con energiche bracciate sono capacità che si possono alternare.

Nel mare delle occasioni della vita 

Si possono dire molte cose diverse su ciò che è accaduto, sta ancora accadendo e probabilmente ancora accadrà sullo scenario multimediale a proposito di abusi e violenze di natura sessuale a danno delle donne, nell’ambito del mondo dello spettacolo, dello sport e...forse sarebbe meglio dire semplicemente nel mondo...

Una cosa è meglio dire subito, prima di ogni distinguo e di analisi più sottili: l’abuso di potere in campo sessuale sarà meno praticabile, almeno negli ambienti che sono stati coinvolti, niente sarà più come prima.

La violenza e l’abuso sulle donne è un male endemico della nostra cultura, fatte le dovute distinzioni di tempi, luoghi e ambiti socioculturali.

Si può e si deve ragionare su vari aspetti e tra i primi anche sulla possibile complicità di comportamenti e sentimenti femminili, ma è “un bene di prima necessità” che le donne denuncino gli abusi subiti sui posti di lavoro, nelle scuole e nelle università, e in ogni altro ambito sociale.

Nel variopinto mondo dello spettacolo è facile pensare che alcune donne possano voler trarne un vantaggio di visibilità (“seguitemi nelle prossime settimane, che avrò altre cose da raccontare” diceva in questi giorni una star).

Tuttavia è chiaro che le denunce sono in qualche modo anche autodenunce e la visibilità è anche una lesione alla propria immagine e alla propria “situazione” personale.

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 Il mistero siamo noi...Il mistero è dentro di noi, è il nostro inconscio: una grande parte di noi stessi.
La nostra struttura psicosomatica e le nostre modalità espressive e comportamentali nascondono e insieme rivelano, seppure in forma mascherata, quello che siamo e il più delle volte non vediamo.
La vita onirica e sessuale, l'atteggiamento corporeo e comportamentale, l'espressione emozionale e creativa, aprono un varco verso la conoscenza della nostra realtà personale più profonda.
Conoscere noi stessi è la base per poter intervenire sui condizionamenti strutturati in noi fin dalla prima infanzia.
Forse non potremo cambiare la nostra struttura genetica, ma certo possiamo allentare le tensioni di quei condizionamenti.
 
Spesso cerchiamo di individuare la nostra storia e il nostro destino guardando fuori di noi: l’Analisi Bioenergetica ci aiuta a riappropriarci della consapevolezza psicosomatica e a ripristinare un movimento verso un destino personale che sia maggiormente nostro.  
Che si basi cioè sul recupero delle energie psicosomatiche sacrificate nel far funzionare il nostro sistema difensivo, quel lavoro quotidiano che per quanto automatico e abituale, e molto spesso quindi non percepito, impegna una parte importante delle nostre forze vitali.
Il sistema difensivo si è formato in gran parte nell'infanzia e mentre si strutturava poneva le basi per occultarsi alla coscienza.
Assumevamo determinati atteggiamenti e comportamenti per evitare il contatto con situazioni emozionali che ci recavano dolori e paure troppo grandi per noi piccoli umani, rabbie che non potevamo gestire di fronte ai grandi padroni della nostra libertà: i nostri genitori, le altre figure dominanti dentro o attorno alla famiglia, la schiera degli insegnanti.
Per evitare le sensazioni fisiche che conducevano alla coscienza quei sentimenti, abbiamo parzialmente interrotto i canali psicosomatici di propriocezione, cioè di percezione fisica del sistema muscolare e nervoso, attivando contrazioni e tensioni che sono diventate croniche e che ottundono anche le sensazioni piacevoli, i sentimenti attuali e in generale la nostra energia vitale.
 
 L’Analisi Bioenergetica propone un percorso di riappropriazione della propriocezione sensoriale e insieme della dignità, consapevolezza ed espressione emozionale.
  La propriocezione da sola non basta, essa è solo una base indispensabile a percepire i moti viscerali: senza la padronanza dei nostri sentimenti autentici e originari, consapevoli solo delle sensazioni e guidati da pensieri per quanto elevati, rischieremo di seguire itinerari costruiti da altri e di vivere con il mondo in testa invece che con la testa nel mondo.
Comprendere il nostro mistero interno è la bussola per muoverci nel viaggio della vita in questo mondo.
 
Tutti i sentimenti che abbiamo negato, e i vissuti ad essi connessi, hanno cercato altre vie e altre forme indirette per ritornare a galla dal profondo mare dell’inconscio.
Per riappropriarci almeno di una parte delle nostre energie vitali e naturali dobbiamo anche imparare ad entrare nel nostro mondo di sogni, miti, riti comportamentali, giochi sessuali, atteggiamenti corporei.
Un percorso bioenergetico è un viaggio dentro al nostro mistero facendo leva sull’incremento della nostra energia, attraverso proposte di espressione corporea, di uso della respirazione e della voce, di drammatizzazione emozionale, nell’ottica di fare un po’ più di luce sul nostro “mistero”, una riappropriazione delle energie del corpo per fare in modo che la mente non si perda dietro a scenari e percorsi di altri, che possono nascondere i nostri, autentici e possibili, e per riconsegnarle maggiore coscienza della nostra storia e con essa maggiore padronanza.   
 

Ci identifichiamo con l’immagine che abbiamo di noi, con i nostri schemi ideali: e intanto funzioniamo con il nostro corpo...

Se non siamo soddisfatti della nostra vita e cerchiamo una maggiore pienezza, padronanza ed efficacia, dobbiamo far leva non solo sulla mente ma anche sul corpo e sulla loro interazione sinergica.

Il tesoro misterioso che in gran parte teniamo nascosto è la nostra energia vitale, intrappolata negli schemi psicosomatici restrittivi dettati dalla nostra matrice caratteriale (genetica e “genitoriale”).

Il nostro sistema di funzionamento, insieme sensoriale (propriocettivo e esterocettivo), emozionale, cognitivo e comportamentale, può espandersi se riusciamo ad allentare le maglie costrittive della matrice “genitoriale”, quel sistema difensivo psicofisico, strutturatosi nell’infanzia per rispondere all’ambiente sfavorevole, che continua a condizionare la nostra energia, basandosi fondamentalmente sugli stessi schemi psicosomatici, anche ora che non siamo più bambini e ci troviamo di fronte a un ambiente diverso.

Allentare le maglie della matrice e liberare la nostra energia, un passo dopo l’altro, quel che è possibile, è l’asse centrale del lavoro bioenergetico, che trasforma l’energia vitale potenziale, trattenuta in blocchi psicofisici e incapsulata in immagini mentali, in energia attuale attivabile.

Un lavoro che dovrà poter contare su una più piena riappropriazione di strumenti di base quali il respiro, il movimento, la sensibilità (intesa come capacità di sentire).

Strumenti che necessitano di essere ripristinati nella loro naturale efficacia  e affinati secondo le loro potenzialità.

La loro caratteristica naturale ci aiuta, in quanto il più delle volte essi si plasmano in forme più efficaci proprio mentre si utilizzano.

La riappropriazione della respirazione pienamente vitale, compressa per attundere la sensibilità che conduceva le sensazioni fisiche di sentimenti non agibili nel contesto infantile, servirà a ritornare alla direzione espansiva.

La riappropriazione dei movimenti espressivi negati o limitati, in quanto concorrevano all’incremento della respirazione e inducevano anch’essi all’apertura della sensibilità, abbraccerà il nuovo processo.

La riappropriazione della propriocezione sarà la base per la percezione e consapevolezza dei sentimenti, la padronanza e la congrua espressione di essi.

Questo lavoro psicosomatico potrà condurre per gradi alla riappropriazione dell’integrazione sinergica tra attività mentale e corporea e alla coscienza della propria autentica personalità.

Il lavoro di riappropriazione si deve fondare sulla capacità di un regolare esercizio di centratura.

Centrarsi significa “fermarsi” ed entrare in contatto con se stessi e con l’ambiente, attivando le facoltà ricettive, per comprendere “dove ci troviamo e dove stiamo andando”.

Per il lavoro di centratura possiamo tener conto che:

- la posizione in piedi è potenzialmente più dinamica e proiettata verso la realtà attuale, ha una predisposizione più percettiva verso l’esterno, “operativo-analitica” e meno verso l’interno, ovvero meno propriocettiva;

- la posizione sdraiata è potenzialmente più propriocettiva, retrospettiva, creativa, “onirica”;

- la posizione seduta si può ritenere intermedia, in quanto di solito è meno attiva e dinamica, rispetto a quella in piedi, e stimola maggiormente la ricettività interna.  

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Sotto i nostri occhi e sotto il nostro naso accadono cose insieme nuove e vecchie.
Nonostante la crisi e in alcuni casi proprio a causa di essa, la propensione a distrarsi, cercando di non guardare troppo una realtà difficile, si mangia l'attenzione, la lucidità e la combattività di molti, se non dei più.
Particolarmente preoccupante questa tendenza quando si afferma tra i giovani che sono il motore del rinnovamento.
L'uso eccessivo dei vari social network, il dilagare dell'interazione online e in generale l'attrazione verso il virtuale, hanno sempre più spazio nel tempo libero (quando non anche in quello di lavoro).
L'ultimo boom in materia è Pokemon GO.  
Risparmio la descrizione e l’analisi di alcuni aspetti che delego ai link qui di seguito:
https://it.wikipedia.org/wiki/Pok%C3%A9mon_Go
https://www.forexinfo.it/Pokemon-Go-come-giocare
Faccio solo notare, per rendere l’imponenza del fenomeno, che secondo Wikipedia alcuni analisti hanno rilevato che Pokémon Go ha superato come numero di utenti attivi connessi in contemporanea i videogiochi Candy Crush Saga e Draw Something e come tempo di uso le applicazioni relative ai social network come Facebook, Twitter, Snapchat, Instagram.

Risulta inoltre probabile che l’adescamento promozionale, già in atto in alcuni esercizi commerciali che stanno facendo affari per avere avuto la fortuna di trovarsi vicini a qualche PokeStop, sia destinato ad espandersi in modo rilevante ad opera di grandi gruppi commerciali, producendo fenomeni di induzione ad acquisti in forma pressoché subliminale, soprattutto a carico degli utenti più ingenui.

https://www.ridble.com/pokestop-cosa-sono/

http://www.repubblica.it/tecnologia/2016/07/24/news/poke_mon_go_mania_diventa_business-144736719/

http://www.motorbox.com/auto/magazine/lifestyle-auto/pokemon-go-concessionario-toyota-vende-tre-auto

http://newsitaliane.it/2016/milano-il-museo-poldi-pezzoli-diventa-per-un-giorno-un-pokestop-turisti-a-caccia-di-pokemon-scoppia-la-polemica-71276

Qualcuno ipotizza poi che questo è solo un giochetto in confronto a scenari futuri, in cui non vedremo più individui muoversi come ipnotizzati dai propri smartphone, ma probabilmente li vedremo muoversi gesticolando e interagendo con l’aria, al seguito di input provenienti da occhiali, sensori e “protesi” varie…
Un bello spettacolo per tutti, sia per chi sarà di fronte con i propri occhi a questa realtà, che per chi sarà invece connesso con la realtà aumentata: c’è solo da augurarsi che il senso della realtà mantenga con piena padronanza le redini del cavallo alato della realtà virtuale, e questa diventi strumento della prima e non viceversa, magari con l’aiuto manipolativo di potenti “gruppi d’interesse” e con conseguenti induzioni subliminali pericolose per la sicurezza finanziaria ed estraniazioni che possano minacciare anche l’integrità fisica (già oggi del resto si contano numerosi casi di incidenti di caccia ai Pokemon con esito mortale).
 
Viene in mente quell'intuizione di Giorgio Gaber espressa nella canzone “La presa del potere” (da “Far finta di esser sani”) che ripeteva:
"…e l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar
e l'Italia rideva e cantava...PSSS...PSSS...".
http://www.giorgiogaber.org/index.php?page=testi-veditesto&codTesto=62
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Che cosa fanno gli psicologi nella vetrina di Facebook?
Osservando qua e là si vedono comportamenti diversi.
C’è chi si mette in mostra con le foto dei propri figli, della propria ultima vacanza, del bel piatto appena cucinato e di altre attività personali, e chi invece rigorosamente si attiene a citazioni di pensieri dei grandi maestri (più raramente dei propri) e a informazioni su iniziative proprie e altrui.
Aldilà della forma proviamo a fare qualche riflessione sulla sostanza.
Per maggiore sinteticità definirò genericamente “psicologo” anche lo psicoterapeuta e “cliente” anche il cosiddetto paziente (naturalmente intendendo entrambi i sessi).
Consideriamo dunque il caso in cui un cliente, abbia “l’amicizia” su Facebook da parte del proprio psicologo, o la possibilità di accesso alle sue pubblicazioni, direttamente o tramite qualche conoscente.
Mettiamoci nei suoi panni.
Che cosa accadrebbe se vedessimo delle foto in cui il nostro psicologo fosse con i figli o con il coniuge, in un atteggiamento che ci creasse un qualche disagio emozionale?
In una relazione in cui il transfert ha un ruolo così centrale, un vissuto del genere potrebbe irrompere in modi diversi, più o meno esplicitati, nella dinamica della terapia e diventare preminente, in forma conclamata o latente.
Ricordo il caso di quando nacque mio figlio e avevo in cura una psicoterapeuta di una quarantina d’anni.
Il lavoro procedeva spedito e la relazione tra noi sembrava salda e in una fase di affettività positiva da parte di lei, con caratteristiche simili a quelle di un “innamoramento” delicatamente seduttivo, come di una giovane figlia verso il padre.
Si trattava di una donna omosessuale.
Le dissi che era nato mio figlio e credo proprio che fosse visibile la mia grande gioia.
Alla seduta seguente arrivò tutta vestita di nero, con aria funerea, e a tempo concluso mi comunicò che interrompeva la terapia.
Non volle dirmi nulla né sentire nulla.
La ferita lontana e profonda della gelosia infantile quante volte potrà essere toccata dalle pubblicazioni, sulla vetrina di Facebook, delle nostre immagini d’intimità familiare?
Un abbraccio con mia moglie in riva al mare quale tempesta potrebbe provocare, quando il tenero e fragile amore si stesse muovendo, dalla deriva della solitudine infantile, verso il continente solidale del transfert positivo?
Facciamo un lavoro delicato, in cui anche un battere d’ali ha un peso: il virtuale rappresentato sui social network sembra volare via senza lasciare traccia nel mare multimediale, ma può incidere segni a volte indelebili nella rete delle “ferite dell’anima”.
Ricordo un’altra mia cliente, medico assai valente, tra i trenta e i quarant’anni, che aveva raccontato con entusiasmo di un campeggio che amava tanto, in una spiaggia in Corsica.
La Corsica era proprio la meta delle mie vacanze e dovevo passare per quel luogo...
”Oh che bello...potrei fermarmi lì un po’...”le dissi con tono interlocutorio.
“Ma certo! Vedrai che ti piacerà...” fu la sua risposta.
Dopo quella seduta la nostra interazione cominciò ad arenarsi...su quella spiaggia.
L’intimità di quel luogo era stata violata inconsapevolmente, da me e forse anche da lei.
Può un luogo di vacanza essere parte della nostra più tenera intimità?
Certo che può.
Immaginiamo allora quali rifrazioni di sentimenti si possano avere attraverso i social network, ove svolazzano qua e là immagini di luoghi emozionalmente speciali per molti…
Si tratta di materiale delicato più di quanto crediamo…
Personalmente ho amato Ginostra, un paese dell’isola di Stromboli, come fosse una madre.
Negli anni ottanta era per me un rifugio reale e al tempo stesso virtuale.
Appena potevo partivo per la mia isola per ristorarmi, meditare e scrivere* e nel tunnel dell’inverno di Milano sapere di poter trovare prima o poi rifugio a Ginostra era per me un’ancora esistenziale.
Cosa avrei provato se avessi visto commenti e foto pubblicati dalla mia psicologa, in cui si fosse alluso al problema del discutibile sistema di raccolta dei rifiuti in vigore allora a Ginostra?
Una tempesta emozionale…
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 La Rete è un campo nuovo ove noi psicologi ci muoviamo in un modo non troppo esperto.
Certo è un “nuovo” relativo, dato che la Rete non è nata ieri, quindi un po’ di esperienza ce la siamo fatta, chi più chi meno.
Ed anche alcune nostre riflessioni.

 

Come categoria professionale abbiamo caratteristiche che rendono il nostro navigare più arduo di quello di molti altri professionisti: il nostro codice deontologico esige che non abbiamo relazioni personali extraprofessionali con i nostri clienti.

 

Quanto è personale una relazione in un social network?
Questa è ad esempio una domanda che molti di noi si sono fatti e che ha portato a riflessioni e comportamenti conseguenti.
Ci sono altre domande e altre riflessioni naturalmente...

 

Raccoglierle in questa sezione del Blog, mi è parsa un’opportunità da non tralasciare.
Chi vorrà potrà inviarcele e concorrere a sviluppare un flusso esperienziale che potrebbe dare contributi validi al nostro background deontologico e professionale.
Sono graditi anche brevi contributi relativi a questioni non ancora pienamente elaborate.
Ho voluto dare il via a questo auspicabile flusso con l’articolo “LO PSICOLOGO IN VETRINA”, una mia elaborazione ancora parziale che presuppone un ulteriore approfondimento.
Grazie a chi vorrà partecipare e condividere
Freddy Torta

 Spesso incontro su Facebook pubblicazioni di miei colleghi psicologi che presentano un problema, di solito in modo piuttosto schematico, e chiedono al pubblico dei lettori: cosa ne pensate? siete d'accordo?
In molti casi queste pubblicazioni sembrano avere come obiettivo quello di ottenere un numero alto di risposte in modo da contribuire all'accrescimento del traffico in entrata verso il proprio profilo e così poi avere maggiori canali in uscita per raggiungere il pubblico con i propri post.
Sappiamo infatti che un nostro post non arriva a tutti i nostri amici, ma che l'algoritmo di Facebook lo fa girare più o meno e nelle direzioni indicate da diversi parametri, uno dei quali è l'entità del traffico reciproco tra i vari profili.
Dunque si tratta spesso di "post civetta" utili ad incrementare il proprio "potenziale pubblicitario".
Certamente chi lavora attraverso relazioni d'aiuto, in particolare uno psicologo, dovrebbe chiedersi quale possa essere l'impatto di tutto ciò sui propri clienti, sia a livello conscio che inconscio.
Giacché, a mio modo di vedere, la mancanza di autenticità e la distorsione della verità nell'ottica della manipolazione del consenso, sono nella nostra professione quanto di peggio si possa incontrare.

Come in ogni cosa della vita sarebbe indispensabile imparare ad usare il mezzo che utilizziamo.
Bisognerebbe che fossero istituiti corsi per la patente di navigazione in Rete, particolarmente nei social network.
In mancanza di ciò, visto che ci troviamo in mezzo alle scorribande di una specie di medio evo, mi prendo la libertà di dire qualche cosa sull'uso di Facebook da parte di persone che hanno particolari responsabilità, in quanto impegnate professionalmente in relazioni di aiuto.

Scusate se mi intrometto ma non ne posso più di vedere gente, di solito intelligente, pubblicare banalità o  anche manipolazioni della realtà, più o meno ingenue, senza a quanto pare rendersi conto di rischiare un effetto boomerang, lesivo della propria immagine professionale.
L'impressione è che il bisogno di esprimersi, di farsi vedere, di specchiarsi nelle proprie immagini, accechi talvolta anche i più avveduti.
Solo pochi si metterebbero a declamare le "proprie parti" in una grande piazza, improvvisando così come viene, o senza meditare prima e pienamente.
La velocità di Facebook crea invece un terreno molto scivoloso, su cui è molto facile cadere: qualsiasi momento libero dal caravanserraglio degli impegni, è una sirena che può accalappiare con la fretta, come una sigaretta...
È così che non pochi si perdono nel regno incantato delle pubblicazioni da paese dei balocchi: sciorinature di frasi da baci Perugina... generalizzazioni da bar...immagini illusionistiche da favola...citazioni usa e getta raccolte da altri citatori; vedi su questo http://www.freddytorta.com/ilcorponellarete/psicologi-nella-rete/267-imparare-a-usare-facebook-riflessioni-sui-post-con-citazioni-ft-11-2-17.  Altro discorso merita l'architettura, a fini pubblicitari, di disegni manipolatori da mercatoni dell'usato; vedi in merito http://www.freddytorta.com/ilcorponellarete/psicologi-nella-rete/268-i-post-civetta-su-facebook-freddy-torta-7-3-17
A costo di rompere cogli uni e ruvidar cogli altri, "affliggo" qui un avviso: fate una breve meditazione, amici miei di Facebook, prima di pubblicare...prima di mettervi a gridare in questa grande piazza...che potrebbe arrivare, prima o poi, qualche Castigamatti…a spazzarvi la punta delle scarpe...a far la gibigiana con le luci di questa gran vetrina...e magari imbastire una collana con le perle di Facebook...

La citazione generica della fonte attraverso "cit." conferisce una generica paternità autorevole al contenuto postato: perché non esprimersi con contenuto proprio?

È una specie di deresponsabilizzazione e insieme di autoconsacrazione che ha un sapore manipolatorio.

La citazione della fonte che invece indica l'autore è di regola generica: non si riporta il luogo da cui è tratto il contenuto.

Sappiamo bene come sia facile travisare il significato di una frase estrapolata dal suo contesto, a volte fino a poter evocare l'opposto del senso originario. Anche in questo caso si fa leva su un'autorità culturalmente riconosciuta, per dare autorevolezza al proprio contenuto e puntare a far incetta di “like” e condivisioni.

In questa fase primitiva della comunicazione via Facebook, i “like” ottenuti funzionano ancora, per molte persone, come "crediti professionali".

Nella prima infanzia, abbiamo introiettato vissuti di sudditanza (con tutti i vari sentimenti connessi) nei confronti dei “grandi”, a cominciare dai nostri genitori: il grande e il piccolo si sono stagliati nella "nostra anima" come poli opposti, in forme differenti a seconda dei casi.

I grandi numeri ci mettono spesso in uno stato d'animo di subalternità, magari inconsapevole: centinaia o migliaia di “mi piace” possono quindi rappresentare un' Autorità convalidata, nell'immaginario collettivo.  

Chi lavora nelle relazioni d'aiuto, in particolare uno psicologo, quando volesse usare delle citazioni nelle proprie pubblicazioni su Facebook, dovrebbe fare attenzione e chiedersi quale possa esserne l'impatto sulla sensibilità dei propri clienti, sia a livello conscio che inconscio.

Giacché la mancanza di autenticità e la distorsione della verità in un'ottica di manipolazione del consenso, più o meno deliberata, sono quanto di peggio si possa incontrare in questo genere di professioni.

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dal canale di Ivan Ferrero

Relatore Freddy Torta

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