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Sotto i nostri occhi e sotto il nostro naso accadono cose insieme nuove e vecchie.
Nonostante la crisi e in alcuni casi proprio a causa di essa, la propensione a distrarsi, cercando di non guardare troppo una realtà difficile, si mangia l'attenzione, la lucidità e la combattività di molti, se non dei più.
Particolarmente preoccupante questa tendenza quando si afferma tra i giovani che sono il motore del rinnovamento.
L'uso eccessivo dei vari social network, il dilagare dell'interazione online e in generale l'attrazione verso il virtuale, hanno sempre più spazio nel tempo libero (quando non anche in quello di lavoro).
L'ultimo boom in materia è Pokemon GO.  
Risparmio la descrizione e l’analisi di alcuni aspetti che delego ai link qui di seguito:
https://it.wikipedia.org/wiki/Pok%C3%A9mon_Go
https://www.forexinfo.it/Pokemon-Go-come-giocare
Faccio solo notare, per rendere l’imponenza del fenomeno, che secondo Wikipedia alcuni analisti hanno rilevato che Pokémon Go ha superato come numero di utenti attivi connessi in contemporanea i videogiochi Candy Crush Saga e Draw Something e come tempo di uso le applicazioni relative ai social network come Facebook, Twitter, Snapchat, Instagram.

Risulta inoltre probabile che l’adescamento promozionale, già in atto in alcuni esercizi commerciali che stanno facendo affari per avere avuto la fortuna di trovarsi vicini a qualche PokeStop, sia destinato ad espandersi in modo rilevante ad opera di grandi gruppi commerciali, producendo fenomeni di induzione ad acquisti in forma pressoché subliminale, soprattutto a carico degli utenti più ingenui.

https://www.ridble.com/pokestop-cosa-sono/

http://www.repubblica.it/tecnologia/2016/07/24/news/poke_mon_go_mania_diventa_business-144736719/

http://www.motorbox.com/auto/magazine/lifestyle-auto/pokemon-go-concessionario-toyota-vende-tre-auto

http://newsitaliane.it/2016/milano-il-museo-poldi-pezzoli-diventa-per-un-giorno-un-pokestop-turisti-a-caccia-di-pokemon-scoppia-la-polemica-71276

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Un autobus a Milano porta una scritta che invita ad acquistare i biglietti con una nuova applicazione tramite cellulare.
Comodamente.
La mente si accomoda ormai in questa direzione: non ci sono da fare troppi movimenti, tutto diventa più a portata di click, comodamente da casa nostra o da dove ci troviamo.
Siamo indotti a cercare sempre più soluzioni attraverso la Rete: fare operazioni in banca, acquistare libri, musica, biglietti d’ogni tipo e persino fare la spesa.
Naturalmente anche comunicare attraverso i social network.
L’elenco potrebbe continuare fino alla noia.
Fermiamoci qui, con un esempio dell’ultima frontiera, quella della ricerca ed organizzazione di incontri e eventi:
http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2016/04/27/news/tinder_chat_gruppo-138576916/?refresh_ce
Un discorso particolare merita la realtà del “telelavoro”, che comprende anche lo “smart work” - chi vuole informazioni abbastanza rapide e stimolanti può leggere questi due articoli:
http://www.corriere.it/economia/16_gennaio_18/lavorare-casa-boom-smartwork-f4d17396-bdd0-11e5-b5c4-6241fae93341.shtml
http://nuvola.corriere.it/2014/03/09/il-caso-bmw-e-le-nuove-regole-dello-smart-working/
Due sono a mio parere le implicazioni che coinvolgono direttamente noi psicologi.
La prima riguarda il tic del click e la sindrome del multitasking.
La seconda il disequilibrio crescente della gente, tra corpo e mente (le rime sono volute, a provocare un’attenzione e un allarme).
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Tutti siamo preoccupati per la nostra sicurezza e oggi più di ieri.
Qui mi occupo di un aspetto spesso tralasciato ma basilare.
La sicurezza si coniuga con il controllo che possiamo avere sul contesto in cui ci muoviamo e con la comunicazione che abbiamo con gli altri.
Tanto maggiore è l'ostilità che ci circonda, tanto più ci sentiamo e siamo insicuri.
In un contesto sociale in cui si afferma sempre più la mancanza di rispetto per il diverso, è inevitabile che l'ostilità cresca progressivamente.
È questo un meccanismo perverso dell'attuale situazione socioculturale, soprattutto in Europa: i “diversi” aumentano di numero e di varietà, con progressione quasi geometrica, e altrettanto succede, troppo spesso, al sospetto e all'intolleranza.
I vari tipi d’immigrazione, la varietà delle mode, la diversificazione degli stili di vita, la spettacolarizzazione narcisistica dell’io, contribuiscono a rendere questa contraddizione sempre più paradossale.
La mancanza di comunicazione e di rispetto frequentemente prevalgono: il pregiudizio e il disprezzo sono diffusi, e moltiplicati in molti casi dai mass media, fino a giungere al dileggio della religione altrui, cioè di uno degli elementi più delicati e fondamentali dell'identità di una persona, giustificando questo atteggiamento come libertà di pensiero.
In nome di una libertà intellettuale narcisistica si va a limitare e perdere progressivamente ben altra libertà!
Infatti la mancanza di rispetto, l'umiliazione e il disprezzo vanno ad alimentare l'ostilità in chi la subisce ed in certi casi anche l'odio, che è talvolta suscettibile di trasformarsi in follia.
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Noi, che tra i pionieri della ricerca di sé attraverso l’analisi bioenergetica, abbiamo scelto di cimentarci con i cambiamenti di vita indotti dalla Rete, siamo in mezzo a due fuochi...
...il vecchio e il nuovo, il corpo e la mente, il reale e l’immaginato.
Tra Scilla e Cariddi ci tocca navigare, sempre nell’attenzione di non perdere il centro.
Certo ne avremo da pescare nel mare della comunicazione globale…
Ai compagni pionieri, che vogliono fermarsi a coltivare la terra che abbiamo conquistato, potremmo dire…restate pure lì, lungo la nostra sponda, ma non fate l’errore di giudicare senza provare…guardateci partire e rimanete aperti ad ascoltare…avremo cose inaudite da riportare…noi vecchi acrobati del mare…il mare della grande fame dello spirito umano, con tutto quello che ci abita dentro...tra il sublime e l’abietto…
Il mondo è partito già per questo viaggio…certamente nessuno lo potrà fermare...
Ma certo siamo noi che dovremo aiutare i più giovani a sapersi fermare…imparare a sentire le ragioni del corpo, le leggi della vita...che anche quelle nessuno le potrà cambiare...a meno che non cambi l’equilibrio tra l’intervento interno e l’intervento esterno...tra la mobilitazione ed ottimizzazione dell’energia psicosomatica e del potenziale umano e il ricorso massiccio ai miracoli della genetica e della scienza medica e farmaceutica.
Ai viaggiatori di oggi bisognerà gridare...”attenti a voi!”...”sappiatevi fermare a meditare”...”organizzate scialuppe di salvataggio della vostra energia”...”non perdete la bussola del corpo: respirare, muoversi e sentire”...
E non sarà di certo cosa facile, ve lo diciamo noi che siamo abituati a navigare tenendo sempre in cuore la patria benedetta del nostro io corporeo...che con fatica, conflitti e sacrifici abbiamo liberato dall’oppressione dei nostri antichi e indomiti invasori...
Non è per niente facile staccarci dalle sirene del nostro narcisismo...
...dall’illusione di parlare col mondo e di farci vedere ed apprezzare...e giocare e scherzare...di poterci arrabbiare e lamentare...confrontare e affidare...
...di poterci rivolgere ad una Grande Mamma...
Altro che Grande Fratello...si tratta di qualcosa di più grande...e molto più profondo...
Quest’oggi, per queste poche righe ho rinunciato, con sofferenza nascosta nel mio corpo e con soddisfazione della mente, a scendere sotto il sole del mio orto e a lavorare un’aiuola, per l’ormai non lontana primavera...

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Qualche tempo fa ho vissuto un’esperienza che mi ha condotto ad alcune riflessioni aperte che desidero riportare in queste righe. E’ un tentativo per provare a tradurre alcuni disagi che più o meno silenziosamente potrebbero coesistere con il vivere immersi nel “nuovo mondo” della comunicazione digitale. Ho tentato di navigare nell’immensità del tema riportando l’esperienza nel dettaglio per circoscrivere l’argomento, trovare una modalità espressiva e radicarlo nel reale.
Uno sforzo teso principalmente a individuare alcune domande appropriate.
Un giorno sono uscita di casa dimenticando il telefono e non appena me ne sono accorta la primissima sensazione che ho provato è stata molto vicina ad uno stato di inquietudine. Solo successivamente ho potuto fare mente locale realizzando che non avevo appuntamenti telefonici, pertanto quella sensazione non aveva nessuna base reale, mentre si apriva la possibilità di accettarla e contenerla tramite semplici rassicurazioni cognitive come questa, evitandomi almeno nel frangente immediato la tortura della “ giostra dei perché”...
Al contrario man mano che procedevo con le consuete attività potevo percepire un maggior coinvolgimento, come se l’azione necessaria del momento, per quanto quotidiana e rutinaria, acquisisse più sapore riappropriandosi della sua naturale qualità corporea.
Quando sono rientrata a casa ho trovato una “chiamata persa” e la mia attenzione si è allora rivolta a quella definizione che mi è apparsa strana e che fino ad allora invece mi era sembrata “normale”: persa in che senso?
Un linguaggio culturale, entrato in uso ordinario, che forse in qualche modo sembra invitare noi utenti a vivere attaccati al cellulare altrimenti “ci perdiamo qualcosa”? Non saprei... Sapevo solo che in qualche modo quell’espressione stonava internamente con una dimensione vitale cosi piacevole.
Successivamente ricordo di essermi mossa in modo diverso dal solito, così mi sono seduta cercando una comodità, per poi attivarmi per lo scambio telefonico che nel frattempo acquistava gusto e intensità.
Alla fine mi sono ritrovata confusa, e nel medesimo tempo più presente e “attenta” rispetto alla consueta modalità con la quale facevo fronte al vortice del quotidiano.
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Sui social network, e non solo, dilaga il “copia e incolla”.
Non è una bella notizia.
Questa pratica comunicativa favorisce infatti la semplificazione e la generalizzazione.
Lo spot prevale sul tentativo di approfondimento e sull’analisi: tutto è più veloce e più superficiale.
Ci facciamo belli di frasi altrui, estrapolate dal contesto originario, spesso semplificate e non di rado senza citarne la fonte per intero.
I formati e lo stile dei social network inducono forma e contenuto a rimaneggiamenti fuorvianti.
Le generose risorse dei “database” della Rete offrono d’altra parte al “copia e incolla” una sponda sicura: non rischiamo in effetti quasi nulla, nutriti dalla nostra Grande Mamma.
Niente giudizi o rimproveri, niente errori o pericoli di non esser capiti: saremo stati certamente bravi, obbedienti e generosi verso i campioni della nostra Cultura omologata.
E allora “avanti tutta!” nell’arena di questa grande gara manierista...
Trionfa tra i “mi piace” un’abitudine che impoverisce la cultura di massa: la pubblicizzazione dei propri contenuti somiglia sempre più alla pubblicità, fatta con gli ingredienti certificati ed omogeneizzati, e sempre meno ad una riflessione originale, frutto di una ricerca personale.
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Viviamo in un momento storico di alta velocità e realtà virtuali. Le connessioni e le relazioni sono a alta velocità, ma a volte mancano di intensità e profondità. Spesso ciò che viene messo in secondo piano è l’esperienza corporea che, per sua natura è lenta.
Senza voler assolutamente denigrare la velocità, credo ci sia il bisogno di affiancare alle attività quotidiane, momenti di pausa e di ritorno al corpo e alla lentezza.
Anche per questo, con alcuni amici incontrati in cammino, ho fondato WaBi: un’associazione che si occupa di organizzare percorsi di bioenergetica e cammino. Bioenergetica per ritornare al corpo, cammino per riappropriarci del nostro tempo, con la lentezza.
La bioenergetica è una pratica psicoterapeutica che utilizza, oltre alla parola, anche il corpo. Il concetto di base è che corpo e mente siano un’unità funzionale e che quindi ciò che avviene a un livello si rifletta sull’altro. Sono stati elaborati diversi esercizi corporei che contribuiscono a sciogliere tensioni muscolari, integrare emozioni e scaricare lo stress. Il lavoro bioenergetico, poi, si adatta bene ai gruppi e può essere utilizzato anche al di fuori del setting strettamente psicoterapeutico.
Il cammino è un’attività che, in quanto semplice e benefica, sta avendo sempre più larga diffusione. Camminando ci si sposta nel modo più lento e naturale possibile e questo permette di vivere pienamente tutti i punti di un percorsa da A a B che, muovendoci più velocemente, supereremmo senza poterci porre attenzione e respiro. Inoltre il camminare in gruppo, tanto per fare un esempio, insegna a rispettare l’altro e a andare nella stessa direzione, adeguando la propria velocità a quella altrui.
Unire bioenergetica e cammino permette di potenziare e ampliare i benefici di entrambe le attività e offre la possibilità di elaborare eventuali dinamiche interne al gruppo.
Riferimenti:   
WEB: www.wabi.guru                      
FB: www.facebook.com/WaBiexperience/
 

 E’ finita l’era in cui le recensioni in rete riguardavano soltanto ristoranti, servizi, oggetti di consumo, alberghi, libri e film. L’assegnazione di punteggi e commenti riguarderà sempre più le persone e di conseguenza le professioni.
La mia non è una premonizione, si chiama Peeple (fusione fra peep, sbirciare e people, gente) la nuova App nata negli Stati Uniti circa un anno fa che consente di recensire persone per ciò che riguarda l’aspetto professionale, personale e sentimentale.
Il panorama che si propone a chi getta uno sguardo su queste tecnologie fa pensare che non manca molto alla nascita di servizi anche in Italia che prevedano di lasciare recensioni su un professionista. Anche l’utilizzo del forum, che nel nostro paese è usuale già da tempo, sarà sempre più frequente nella scelta di uno specialista. E’ bene quindi che iniziamo ad abituarci.
Mi chiedo però quali possano essere gli effetti di questo trend su figure professionali come quelle dello psicologo e dello psicoterapeuta.
Sul forum si fa per iscritto ciò che prima si faceva in piazza, al bar o fra le mura di casa: due o più persone discutono su un paio di sci, un film, una macchiolina sulla pelle, il problema dell’immigrazione, le unioni civili ed anche la scelta di un professionista.
Quindi, anche di uno psicoterapeuta. Accade infatti che “ciccio79” raccomandi a “milena94”, che soffre di attacchi di panico, un professionista piuttosto che un altro. Tuttavia può capitare anche il contrario, e cioè che un professionista venga sconsigliato. Ma soprattutto, chi è ciccio79? Che competenze possiede per dispensare suggerimenti e magari sconsigliare un professionista?
Umberto Eco, durante il conferimento della laurea honoris causa a Torino nel 2015, affermava con tono sarcastico:
“I social media danno il diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere. Mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”.
Senza giungere a conclusioni tutt’altro che moderate come quelle di Eco, credo che il forum non possa essere equiparato al vecchio passaparola. Sono giudizi soggettivi che rimangono scritti e perlopiù pubblici. E di cui spesso non si conosce la fonte.
Del terapeuta dunque si parla già oggi sui social forum, e si possono anche dare pubblicamente opinioni e valutazioni. E la “regola” che vige è: che lui lo voglia o no.
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Che cosa fanno gli psicologi nella vetrina di Facebook?
Osservando qua e là si vedono comportamenti diversi.
C’è chi si mette in mostra con le foto dei propri figli, della propria ultima vacanza, del bel piatto appena cucinato e di altre attività personali, e chi invece rigorosamente si attiene a citazioni di pensieri dei grandi maestri (più raramente dei propri) e a informazioni su iniziative proprie e altrui.
Aldilà della forma proviamo a fare qualche riflessione sulla sostanza.
Per maggiore sinteticità definirò genericamente “psicologo” anche lo psicoterapeuta e “cliente” anche il cosiddetto paziente (naturalmente intendendo entrambi i sessi).
Consideriamo dunque il caso in cui un cliente, abbia “l’amicizia” su Facebook da parte del proprio psicologo, o la possibilità di accesso alle sue pubblicazioni, direttamente o tramite qualche conoscente.
Mettiamoci nei suoi panni.
Che cosa accadrebbe se vedessimo delle foto in cui il nostro psicologo fosse con i figli o con il coniuge, in un atteggiamento che ci creasse un qualche disagio emozionale?
In una relazione in cui il transfert ha un ruolo così centrale, un vissuto del genere potrebbe irrompere in modi diversi, più o meno esplicitati, nella dinamica della terapia e diventare preminente, in forma conclamata o latente.
Ricordo il caso di quando nacque mio figlio e avevo in cura una psicoterapeuta di una quarantina d’anni.
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Cosa pensano le persone di Facebook? E quanto lo usano, ma soprattutto in che modo? E a quale scopo?

Queste sono soltanto alcune delle domande che gravitano attorno ai social network dai tempi in cui Mark Zuckeberg ha iniziato a conquistarne l’universo raggiungendo con Facebook oltre l’1,4 miliardi di utenti, di ogni età, razza, genere, estrazione sociale e orientamento sessuale.

Tuttavia, cercare risposte esaurienti a queste domande significa addentrarsi in una disputa che ha tutta l’aria di assumere le sembianze di quella politica. Non per i contenuti, sia chiaro, ma per il tenore emotivo che questo argomento può suscitare: dall’indifferenza di chi ne ignora l’esistenza, al coinvolgimento smisurato di che nel social intravede più che una risorsa. E ancora, dalla quiete di chi osserva e non si esprime, alla rabbia di chi espone il suo dissenso.

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Quante immagini di bambini restano imprigionate nella Rete per un gioco di adulti.
Siamo sicuri di avere il diritto di pubblicare su Facebook le foto dei nostri figli, senza averne il consenso o quando sono ancora troppo piccoli per potercelo dare?
Il gioco del mostrarsi è anche un gioco loro, ma nell’intimità: già molto spesso quando sono a scuola c'è in loro molta più riservatezza.
Sbattere in prima pagina su Facebook le loro foto è un gioco narcisistico di noi genitori, che può insediarsi, senza che noi nemmeno ci accorgiamo, nella loro tenera personalità. Le foto poi, molto spesso, sono fatte da noi e siamo sempre noi che le scegliamo: riflettono perloppiù i nostri gusti narcisistici e inconsapevolmente rafforzano, incoraggiano e inducono quei tratti e quei comportamenti che soddisfano noi, rischiando molto spesso una sostituzione a loro spese: quello che piace a noi prende il posto di quel che piace a loro, o potrebbe piacere.
Un plagio inconscio carico d'amore e per questo più solido nel proprio strutturarsi  nella mente  e nel cuore e perciò nel carattere, ancora così tenero nella fase dell'identificazione.
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Siamo nel mondo delle immagini e con le immagini sempre di più comunichiamo: e questo probabilmente sarà in prospettiva ancor più vero per i nostri bambini. Quindi è una cosa piuttosto normale pubblicare su FB o su altri sociali network foto che riproducono le immagini che più ci rappresentano e tra queste ci sono in prima fila quelle dei nostri figli, soprattutto quando sono ancora piccoli e per noi è ancora molto viva quell' onda di entusiasmo di avere dato vita ad una nuova vita.

Certo è un vissuto ed un comportamento piuttosto narcisistico, ma cosa c'è di male se siamo consapevoli e attenti a non varcare i limiti del buon senso e del buon gusto?

Il buon gusto ci dice che non sarà carino piastrellare le pagine di FB e i monitor delle persone che ci leggono di foto quotidiane che facciano la cronaca delle nostre giornate come se fosse storia da consegnare ai posteri...
E il buon senso d'altronde ci aiuterà a capire, dialogando con i nostri bambini, se a loro faccia bene o faccia male vedere pubblicate le scene della vita familiare sulla bacheca FB dei loro genitori e diventare materia di apprezzamento e di divertimento coi loro amici del cuore.
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L’Arte ci accompagna e segna da sempre aspetti cruciali della nostra vita con lungimiranza. Dà voce al pensiero dominante ma anche spazio a ciò che non si può dire, che dai margini affiora…
L’arte oggi non ha un punto fermo, anzi per usare le parole di Salvatore Genovese, attento testimone dell’arte contemporanea, va avanti e indietro: è in una posizione nomade, la cui etimologia rimanda al camminare ma anche allo sbagliare.
Ecco il primo rimando alla rete. Muovendoci con il nostro mouse ci spostiamo e siamo sospinti a farlo, in territori vasti e sconfinati, come nomadi.
Uno dei fenomeni artistici che si addentra in alcuni aspetti della vita attuale è stato il POST HUMAN.
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E’ la colonna sonora emozionale, che fa la differenza: senza, non è vita vissuta, ma schemi ripetuti e reattivi di difese infantili.
Per questo, molto spesso e purtroppo per molti, la vita è piatta noia, ravvivata soltanto dal possedere oggetti o ruoli, che non bastano mai, perchè compensazioni di bisogni più grandi e più profondi, perduti nell'infanzia.
Come fare a spiegare l'emozione di quella sensazione del corpo e della mente che si ha unicamente per il sentirsi vivi in mezzo alla bellezza che vive intorno a noi?
Ci vuole uno strumento assai sensibile, tarato per raccogliere segnali elementari sottili e insieme intensi: un corpo ritornato allo stadio infantile, per quello che è possibile.
E' la gioia del corpo che si appaga della pulsazione della vita.
Certo che questa pulsazione dovrà fare i conti anche con il dolore, la rabbia, la paura ed altri sentimenti, adiacenti a questi principali, che fanno parte della nostra vita.
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Il multitasking ci illude di poter aumentare la capacità d’intervento sulla nostra realtà, ma spesso avviene qualcosa che tende al contrario.
Ad esempio nelle riunioni si perde il linguaggio del corpo degli interlocutori (per non parlar del nostro), dati fondamentali per comprendere e governare l'interazione.
Certo questo accade anche quando prendiamo appunti in merito alla riunione stessa ed è essenziale infatti imparare ad usare consapevolmente un movimento pendolare tra l’osservazione di chi sta parlando e il nostro supporto digitale o cartaceo.
In generale poi l'abitudine di praticare altre attività con lo smartphone, quando ci si muove a piedi o in auto, riduce le nostre facoltà di controllare la realtà.
Gli esempi potrebbero essere molteplici, ma il concetto di fondo è chiaro e implica una riflessione anche sulla cosiddetta realtà aumentata.
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Il corpo nella rete, un gioco di parole: il corpo nel web o/e il corpo irretito?
In realtà in gioco è il corpo: la staticità da monitor, la postura corrotta dal monitoraggio continuo dello smartphone, il multitasking ormai strutturale, la rapidità come standard abituale (e l’elenco potrebbe continuare) costringono il corpo in schemi comportamentali limitanti il movimento, il respiro e il sentire, fondamenta della vitalità umana.
E il corpo siamo noi...
Anche la vita emozionale ne risulta condizionata, sempre più ancorata ad immagini e a relazioni intrise di elementi virtuali vissuti nei social network, e in modo particolare per quel che riguarda i giovani.
Il cyberspazio d’altra parte pullula d’informazioni, scambi e relazioni: occasioni e opzioni sconosciute fino a poco tempo fa e anche oggi per molti.
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L’umanità rischia di ritrovarsi imprigionata nella rete delle sue costruzioni virtuali.
Il narcisismo dominante privilegia la privacy del singolo rispetto alla sua sicurezza e a quella della comunità?
La sicurezza dei dati “sensibili” vale più della sicurezza della vita umana?
Barricato nella cabina di pilotaggio, il 24 marzo del 2015, Andreas Lubitz impostò il pilota automatico su discesa rapida, poi per tre, quattro volte di seguito modificò i parametri per aumentare la folle picchiata contro la montagna.
Il copilota dell'Airbus A-320 di Germanwings si uccise facendo strage dei suoi passeggeri. 
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con la collaborazione di Attilio Gardino, autore dei paragrafi 5, 6, 7 e 8 della sezione 2 Grounding, N. 2 2012, Franco Angeli

 

1 - IL CORPO GIOCATO

 

Il corpo giocato: un’espressione sibillina.
Riflette più cose.
Nell’attuale cultura occidentale il corpo è sempre più protagonista.
Con il ruolo più che altro di primattore gonfiato, di motore truccato.
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Abstract
La realtà del Villaggio Globale incide profondamente sulla psicoterapia corporea, mettendo in discussione tràditi concetti-base come “natura”, “corpo” o “identità personale”. La relazione indaga su questi cambiamenti, soffermandosi su tre punti:
a) i concetti di “corpo” e “natura” nei padri fondatori della psicoterapia corporea;
b) la messa in discussione di questi concetti attraverso gli sviluppi della tecnologia avanzata e della comunicazione virtuale;
c) il compito della psicoterapia corporea oggi: sensibilizzare al valore di una “natura” esterna e interna, ovvero corporea, non più scontata, ma oggetto di scelte e di stili di vita.
Keywords
psicoterapia corporea, villaggio globale, natura, scelta

 

Corpo e psicoterapia corporea nel Villaggio Globalestrong>

 

Interrogarsi sulle tendenze dominanti del nostro presente e avanzare delle ipotesi sui loro possibili sviluppi nel futuro, comporta quasi inevitabilmente un senso di inquietudine, se non di disagio: nessuno sa dove il viaggio conduce. Sappiamo solo che siamo partiti e che viaggiamo sempre più velocemente, come se girassimo nel grande Maelström, il vortice inarrestabile nell'omonimo racconto di Edgar Allan Poe. Non a caso, uno degli attuali approcci sociologici più perspicaci si chiama proprio Teoria della velocizzazione; il suo assunto di base è che nella modernità “praticamente non esiste nessuna sfera della vita o della società, che non fosse colpita o trasformata dal dettato della velocizzazione” (Rosa, 2012, p. 285).
Questo processo di velocizzazione richiede all'individuo un grande sforzo di integrazione, per mantenere il passo con il proprio tempo e per affrontare quel vago senso di alienazione che facilmente s'insinua nel nostro vissuto del mondo. Con questa affermazione tocchiamo già alcune questioni inerenti il ruolo della psicoterapia nel Villaggio Globale, e in particolare la sua controversa valutazione che di esso si dà muovendo da un'ottica psicoterapeutica.
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